“Land of mine”: la lotta per la sopravvivenza di un gruppo di adolescenti Nuova pagina dei film sulla Seconda Guerra Mondiale che svela un risvolto rimosso del primissimo dopoguerra

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Risvolto poco noto, senz’altro rimosso, della tragedia della Seconda Guerra Mondiale, lo sterminio di prigionieri di guerra tedeschi, spesso giovanissimi, sulle coste della Danimarca da poco liberata è raccontato in “Land of mine”, nuova pagina cinematografica del filone dei film di guerra, che hanno scandagliato il più drammatico evento della storia del secolo scorso. A dimostrazione che quell’evento fa ancora parlare di sè e sa ancora terribilmente stupire, ricordandoci quanto l’uomo sappia essere infernale, in un’epoca, la nostra, in cui il tema del confine tra vita e morte, della guerra e della repressione delle sue vittime è nuovamente di  stringente attualità.

“Land of mines” racconta di uno degli strascichi del secondo conflitto mondiale, quando l’odio per cinque lunghi anni di repressione e tirannia perpetrata dai nazisti in tutt’Europa torna indietro, come un boomerang, colpendo, in modo altrettanto ingiustificato, i prigionieri tedeschi, reduci di un conflitto ovviamente non cercato e voluto da loro. Scenario le coste della Danimarca che i nazisti rimpinzarono con 2milioni di mine, credendo che lo sbarco alleato, poi avvenuto in Normandia, sarebbe arrivato dal confine settentrionale. Chiamati a bonificare il territorio violato e reso pericolosa trappola per i suoi stessi abitanti sono i prigionieri tedeschi, che, nella perversa logica dei neo liberati, devono sacrificarsi, immolarsi per riparare i torti prodotti dai loro commilitoni e compatrioti. Molti di questi reduci sono i giovanissimi adolescenti chiamati dal reich alla leva negli ultimi mesi della disperata resistenza nazista. E proprio un gruppetto di 14 ragazzi tedeschi è protagonista della pellicola del regista Martin Zandvliet. 14 adolescenti affamati, impauriti e costretti dalla furia di un sergente danese, che odia gli invasori tedeschi, a giocare a scacchi con la morte, strisciando sulla sabbia di una spiaggia da sminare. Un film che racconta la lotta per la sopravvivenza, quindi, che coinvolge però chi dovrebbe aprirsi alla vita, gli adolescenti, con tutta la carica di ingenuità e di sogni propria di quell’età, mutilata in una divisa militare da adulto e dal confronto continuo con la morte. La differenza tra vivere e morire dipende dal caso, dalla fortuna, ma anche dalla capacità di resistere, non affondare nel vortice della disperazione. Un film che va quindi al di là del racconto del fatto storico, indagando le corde più profonde dell’istinto di sopravvivenza, ma anche dell’amicizia e dell’affetto che può nascere in situazioni così disperate, che può perfino unire vittime e carnefici. Un film dove torna prepotentemente in scena lo spettacolo della dignità dell’essere umano violentata dalla pazzia della guerra. Zandvliet lascia però trasparire, da dietro il vetro della prigionia, un costante filo di luce, incarnato in una promessa poi mantenuta e nella speranza di un futuro migliore, esile filo a cui ci si deve aggrappare per sopravvivere.

Da notare anche le scelte stilistiche della regia, che privilegia i primi piani dei volti dei protagonisti; che contrappone la tragedia di giovanissimi condannati a morte con la bellezza di paesaggi nordici mozzafiato; che alterna dialoghi a silenzi carichi dell’ansia dell’attesa dello scoppio di una mina.

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