A Giaveno da tutta Europa per l’Aikido La storia di Paolo Corallini e Daniel Toutain

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GIAVENO – Si è svolto nel weekend del 31 ottobre/1 novembre al palasport di Giaveno un importante seminario di Takemusu Aikido tenuto dai maestri Paolo Corallini 7° Dan e da Daniel Toutain 6° Dan. Larga l’affluenza, che ha visto partecipanti provenienti da tutta Italia e da Spagna, Croazia e Francia. Gli allenamenti sono stati divisi in 3 parti: uno sabato mattina, dedicato allo studio del combattimento con il bastone o jo, un altro sabato pomeriggio dedicato al combattimento a mani nude o tai-jutsu, e il terzo domenica mattina, dove si è approfondito il combattimento con la spada di legno o ken. Organizzato come tutti gli anni dalla palestra di Aikido di Giaveno (“Takemusu Aikidojo Giaveno”), il seminar aveva una doppia importanza, in quanto cadeva  nel 30° anniversario dell’arrivo in Europa del maestro Morihiro Saito, che dal Giappone ha portato l’insegnamento originario di quest’arte così come il Maestro Ueshiba l’ha fondata, e nel 10° anniversario della morte del maestro Gianfranco Leone, intimo collaboratore di Corallini, grande maestro (5° Dan) e fondatore del dojo di Giaveno. I suoi ex allievi e le persone che più gli sono state vicine nel corso della sua carriera, lo hanno commemorato con una cerimonia svoltasi sabato sera dopo l’allenamento. Marco Carra, 3° Dan, presidente e istruttore del dojo di Giaveno, ha così commentato l’evento: “Per noi praticanti di Giaveno, lo svolgersi annuale di questo seminar è un’occasione importante per mantenere la tradizione legata al M° Leone e per tenere viva la sua eredità. Inoltre, la sinergia tra persone diverse, provenienti da culture diverse che entrano a contatto, ci permette di accedere a una grande conoscenza; e tenere dei seminari aperti a tutti è ciò che meglio si avvicina al sogno del Fondatore Ueshiba, ossia fare dell’umanità, per mezzo dell’Aikido, una sola, grande famiglia.” Siccome nel loro ambiente i maestri Corallini e Toutain sono delle sorte di  “celebrità”, ho pensato di intervistarli.

M° Corallini, lei è uno dei più stimati maestri di Aikido tradizionale al mondo. Come spiegherebbe, a una persona che non ha mai avuto niente a che fare con le arti marziali o con gli sport da combattimento, cos’è l’Aikido? L’Aikido innanzitutto non è uno sport, è un’arte. Non attiene al piano fisico, è un cammino spirituale, e per definirlo basta riferirsi al nome stesso: AI-KI-DO è la via dell’armonia mediante il KI universale, cioè con l’energia dell’universo. È un cammino spirituale, mistico, ascetico, che parte però da una profonda conoscenza del BUSHIDO, ossia dell’arte marziale. Il suo scopo non è il mero difendersi dagli attacchi causando lesioni (certo, è possibile), ma l’ arrivare a conoscere la  violenza per fronteggiarla su un altro piano, su un piano più alto, unendosi all’altro. Naturalmente ci sono dietro molti anni di pratica, dedicati a una profonda maturazione fisica e tecnica. Il Fondatore era solito dire che l’Aikido comincia veramente dopo il 3° Dan.

 Come ha avuto luogo il suo percorso di crescita? Iniziai nell’aprile del 1969, precisamente il 16. Era il periodo dei film sulle arti marziali, e fin da subito provai attrazione per questo mondo a cui volli avvicinarmi. Dove abitavo (nelle Marche), non c’erano palestre di Aikido, così cominciai con il Ju-jitsu e il Kendo. Iniziava allora il periodo pionieristico dell’Aikido da parte di maestri giapponesi: visti gli annunci dei primi seminar ne fui subito incuriosito, e al primo contatto con questa meravigliosa arte me ne innamorai. Per i primi 16 anni della mia vita Aiki studiai l’Aikido che era già diffuso in Europa, ma la frequentazione con il maestro Tamura mi permise di essere presentato al cospetto di Morihiro Saito Sensei, in Iwama. Fui molto emozionato all’idea di incontrare quest’uomo leggendario che non si era mai mosso dal Giappone, custode del metodo originale… Era molto difficile venire accolto in questa scuola chiusa, esclusiva, a cui si poteva accedere solo con una lettera di introduzione da parte di qualcuno molto vicino al Sensei.

Come è stato il suo primo contatto con l’Aikido tradizionale? Appena conobbi Saito Sensei ne rimasi estasiato: tutta della sua persona mi folgorava. Io provenivo dall’Aikido diffusosi in Europa, ero un 4° Dan, e mi trovai di fronte all’uomo che trascorse 25 anni, 24 ore al giorno, a contatto con il fondatore dell’Aikido Morihei Ueshiba, da cui si trasferì a vivere e con cui condivise la vita quotidiana, gli allenamenti e la messa a punto di quest’arte. Già dal primo allenamento che feci sotto la sua supervisione, mi resi conto subito dell’enorme divario che esisteva tra ciò che avevo imparato finora e l’Aikido che studiavano là: la prima tecnica che provai a eseguire con una cintura bianca non mi riuscì, non riuscivo a liberarmi dalla presa del mio avversario. Capii allora che ciò che avevo imparato fino ad allora, senza nulla togliere alle altre scuole di Aikido, era un bell’Aikido esteticamente parlando, ma non efficace. Ne fui molto deluso, ma fu allora che mi si avvicinò Saito Sensei in persona e mi chiese se ci fossero problemi. Si mise allora a spiegarmi, angolo per angolo, movimento per movimento, ogni aspetto di quella tecnica. Quando fu il mio turno di riprovarla, ci riuscii. In quell’istante, seppi che il mio percorso con quell’uomo era stato segnato.

Mii risulta infatti che lei sia stato uno degli allievi più vicini e diretti di Saito Sensei. Beh, forse non è bello che me lo dica da solo, ma penso di si. Tra di noi si stabilì veramente un rapporto padre-figlio, eravamo molto affezionati; tant’è che riuscii, e Stanley Pranin, il direttore dell’Aikido Journal, che all’epoca gli faceva da interprete, ancora oggi si meraviglia di questo, a convincerlo a lasciare il Giappone per venire a diffondere l’Aikido in Europa. La prima volta venne in Italia, e da allora ci tornò altre 18 volte. Presi a seguirlo in tutti i suoi seminars in giro per il mondo, e oltre a ciò andavo anche 1-2 volte all’anno da lui a Iwama. Fu così che l’Aikido originario, senza personalismi o adattamenti, così come Morihei Ueshiba l’ha creato, uscì dai confini del Giappone e si diffuse in tutto il mondo.

Qual è il nome di questa particolare scuola di Aikidio? “Iwama Ryu Aikido”. Inizialmente era “Iwama Style Aikido”, per renderlo più famigliare agli stranieri, ma col tempo si è voluto sostituire “style” con il termine nipponico “ryu”, che significa “scuola”. Nel contempo, però, Saito Sensei aveva anche scritto una serie di libri intitolati “Takemusu Aikido”, che è il termine con cui il Fondatore definiva la sua arte. Decise allora che poteva essere chiamato anche così: “Takemusu” significa “origine marziale”, e ciò include il senso dello sgorgare spontaneo della tecnica Aiki, che presuppone una profonda conoscenza dell’arte: quando si conosce profondamente l’arte, le tecniche sgorgano spontaneamente, come acqua pura dalla sorgente.

Un’altra peculiarità del “Takemusu Aikido” è lo studio della pratica armata parallelamente a quella a mani nude, come mai questo aspetto sembra essere trascurato in molti altri stili? Nella maggior parte dei casi, l’Aikido che viene studiato nei dojo di tutto il mondo è uno stile che trae le sue origini da Tokyo, dove il Fondatore si recava una volta a settimana per insegnare 30-45 minuti. In questo breve tempo non c’era possibilità di soffermarsi su alcuni aspetti essenziali, e quindi neanche per una spiegazione approfondita di ogni tecnica… Ogni studente aveva una sua capacità di captare un aspetto piuttosto che un altro, e da lì partirono molte pedagogie e stili diversi. Proprio per questa scarsità di tempo, il Fondatore si soffermava molto raramente sullo studio delle tecniche con jo (bastone) e ken (spada di legno). Creando l’Aikido, il Fondatore aveva attinto da diverse arti marziali dell’epoca in cui viveva (Daito Ryu, arti cinesi…). Da 7-8 scuole tradizionali di spada, bastone, lancia e baionetta egli tenne il meglio da ognuna e lo usò per fondare la sua arte. Nonostante gli insegnamenti a Tokyo non gli permettessero di approfondire la armi, il M° Ueshiba ha sempre insistito sull’essere composta da jo, ken e tai-jutsu in parti uguali.

Lei è presidente della T.A.A.I. (Takemusu Aikido Association Italy), tiene seminari in tutto il mondo, ha stretti contatti in Giappone… Di fronte a tutto questo cosmopolitismo ci si potrebbe stupire di trovarla a insegnare a Giaveno, cosa l’ha portata qui? Per me questo luogo è importantissimo… Ho avuto un grande amico, un compagno di viaggio e di pratica che viveva da queste parti, a Trana, Gianfranco Leone. E’ stato forse l’allievo e amico più fedele che ho mai avuto nel mio percorso Aiki. Abbiamo fatto tanti seminar qui, Saito Sensei è venuto molte volte per insegnare… Siamo anche andati a visitare la Sacra di San Michele insieme! Leone ha contribuito tanto per creare quella che è oggi la TAAI, e venire a Giaveno a insegnare è per me importantissimo, è come rendere omaggio alla sua memoria.