“L’acqua è l’Oro Blu della montagna”: l’Uncem ha presentato alla Camera un manifesto per l’uso idropotabile e idroelettrico L'acqua è il volano dell’economia delle Terre Alte, ma è necessario un modello di sviluppo che riconosca realmente ai territori montani il ruolo che meritano

Bardonecchia: la diga e l'invaso Enel di RochemollesBardonecchia: la diga e l'invaso Enel di Rochemolles

ROMA – L’acqua è il nostro oro blu, ma ne facciamo spesso un uso distratto senza accorgerci di avere a disposizione una grande risorsa, che dobbiamo utilizzare con molta attenzione e parsimonia. La siccità che fino ieri ha tormentato l’intero bacino idrografico del Po ci ha fatto anche constatare come questa preziosa risorsa, che viene dalla montagna , in gran parte non venga  conservata. I laghi alpini scendono di livelli, i fiumi non ne parliamo, ma le acque di caduta non vengono raccolte e ne sprechiamo circa il 90% che viene sottratto all’iuso idropotabile e irriguo. Lo stesso Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti ha chiaramente detto ch eè tempo di pensare ad un grande piano acqua, con la realizzazione di nuovi bacini di accumulo.

L’Uncem, con le sue Delegazioni regionali, ha coordinato molteplici iniziative volte a individuare le migliori condizioni per l’utilizzo delle potenzialità dell’acqua nelle aree montane – per scopo idropotabile e idroelettrico – con particolare attenzione alla loro sostenibilità ambientale e alle ricadute economiche sulle comunità locali. Per questo ieri attraverso il suo Presidente nazionale Enrico Borghi ha presentato alla Camera  un modello specifico di utilizzo dell’Oro Blu. “Un utilizzo – ha detto Borghi – che deve riconoscere la montagna come naturale bacino della risorsa: il più grande e il più importante”. 

Questo modello è stato riassunto in un vero e proprio decalogo: una manifesto che non ignora la necessità della pianura di avere l’acqua dalla montagna, ma pensato per la montagna e le sua amministrazioni sulle quali pesa l’onere di mantere il territorio idrologicamente efficiente.  Il Piemonte peraltro è l’unica Regione italiana dove una percentuale della tariffa idrica pagata da tutti i cittadini viene destinata alla montagna per la difesa delle fonti idriche e per la prevenzione. Sono i cosiddetti fondi ATO (ambtioto Territoriale Ottimale), ma sempre troppo pochi rispetto ai fabbisogni di Comuni e Unioni Montane. È comunque una forma di pagamento dei servizi ecosistemici e ambientali per la montagna.

Il manifesto dell’Uncem in 1o punti

1. Acqua volano dell’economia montana
L’acqua è il volano dell’economia delle Terre Alte ma affinché i nostri territori non vengano spogliati delle loro risorse è necessario un nuovo modello di sviluppo che riconosca realmente ai territori montani il ruolo che meritano. Deve essere garantita una vera autonomia territoriale, che agli enti locali di poter partecipare ai proventi derivanti dalle gare per i rinnovi delle concessioni idroelettriche in scadenza, anche nell’ottica del pagamento dei servizi ecosistemici-ambientali che entra nella legislazione italiana. Devono essere definiti nuovi modelli di sviluppo con lo Stato che concerti le decisioni con il territorio e che non faccia cadere i costi solo sulla periferia.

2. Ruolo delle comunità locali e degli Enti
L’acqua è tra i principali beni comuni che devono essere gestiti dalla collettività, secondo il modello individuato dal Premio Nobel per l’Economia Elinor Ostrom. È necessario che la programmazione di investimenti nuovi, interventi migliorativi, da parte degli enti locali del territorio, sia concertati con i cittadini e la comunità che vive e opera nel territorio.

3. Idroelettrico: quali nuove concessioni e quale modello di sviluppo
Gli Enti Locali – Comunità montane, Unioni montane e Comuni – devono impedire una nuova “colonizzazione” delle risorse idriche, come avvenuto negli ultimi cinque decenni. Proteggere la risorsa, significa essere protagonisti di un uso consapevole e sostenibile in particolare per l’uso idroelettrico. Devono essere impedite le iniziative economicamente speculative, che danneggiano ambiente e territorio. Gli enti possono invece invertire il paradigma tradizionale, promuovendo piccoli interventi – considerando sia l’acqua fluente, sia le reti acquedottistiche – senza alcun impatto ambientale e visivo, coinvolgendo imprese e investitori privati. Gli Enti locali devono collaborare tra loro, attraverso le forme associative esistenti, affinché le imprese che richiedono nuove concessioni agiscano secondo alcuni punti fermi:L

  • L’analisi completa delle aste fluviali, vallata per vallata, per rilevare le potenzialità idroelettriche residue, realmente ancora insediabili. Solo una programmazione integrata evita l’improvvisazione e la moltiplicazione delle richieste di nuova concessione.
  • La progettazione delle nuove possibili opere secondo i migliori standard di qualità, efficienza e rendimento.
  • La pianificazione in ciascuna Regione per la realizzazione di piccoli invasi – dai 2 ai 10 milioni di metri cubi d’acqua – in ciascuna vallata, capaci di garantire l’uso plurimo della risorsa: uso potabile, produzione idroelettrica, rilascio estivo per agricoltura, irrigazione di pascoli in quota con sistemi a caduta. Strategica l’importanza in caso di incendi e calamità, oltre al ruolo turistico, il richiamo attrattivo di nuovi laghi artificiali di piccola dimensione che, con opportune collaborazioni tra Comuni, Unioni montane e privati, possono diventare vettore di nuovi flussi turistici, grazie alle molteplici attività ludico-sportive attivabili.
  • Il riconoscimento agli enti territoriali di un valore economico reale attraverso il meccanismo definito all’interno del “Pagamento dei servizi ecosistemici- ambientali”.
  • Il concorso nello sviluppo socio-economico della realtà territoriale montano da parte delle imprese private che realizzano nuovi impianti idroelettrici, a vantaggio non solo dei singoli Comuni, ma dell’intera comunità che vive nell’area montana presa in considerazione.

4. Idroelettrico: rinnovo delle concessioni delle grandi derivazioni
Anche per le numerose concessioni di grandi impianti idroelettrici in scadenza nei prossimi anni (grandi derivazioni), agli Enti locali devono essere riconosciute titolari di un ruolo di programmazione e difesa della risorsa dagli interventi speculativi. Anche per il rinnovo delle concessioni, devono essere ridiscussi gli accordi con le imprese sui grandi impianti. Lo Stato deve accelerare i meccanismi di gara e definire una strategia energetica relativa all’idroelettrico che tenga conto dei territori ove sono insediati gli impianti.

5. Idroelettrico: il sostegno degli incentivi con il “Conto energia”
L’accesso agli incentivi del Gestore dei Servizi Elettrici (GSE) per l’idroelettrico richiede oggi la necessità iscriversi ai registri con tempi elevati e procedere di investimento a proprio rischio. Tutte le concessioni fino a 250 Kwp, che hanno ottenuto l’autorizzazione devono accedere direttamente ai meccanismi di incentivazione, tenuto conto che in fase istruttoria di concessione nel rispetto della Direttiva Derivazioni 2000/60/CE la quantità di prelievo è già stata ridotta di oltre il 25% e quindi l’investimento è già penalizzato.

6. Idroelettrico: impegno degli Enti locali
I Comuni montane, le Unioni o le Comunità montane che presentano ai soggetti autorizzativi progetti per la realizzazione di impianti idroelettrici devono essere agevolati nell’iter, con tempi rapidi e certi per la concessione delle autorizzazioni. Lo Stato, favorendo l’impegno degli Enti locali, promuove la capacità di investimento scorporando dal pareggio di bilancio gli investimenti in campo idroelettrico previsti dai Comuni, quali strumenti per la programmazione finanziaria e l’utilizzo sostenibile, a vantaggio delle comunità, delle risorse del territorio.

7. Idropotabile: rispetto della risorsa a beneficio dei cittadini
I gestori del Ciclo idrico integrato devono agire rispettando le esigenze degli Enti locali, valorizzando al massimo la risorsa, mantenendo tariffe adeguate al valore dell’acqua e ai modelli di gestione precedenti. I Comuni montani con meno di mille abitanti – o riuniti in forme associative come le Unioni Montane – che sono in grado di garantire una gestione completa del ciclo, sotto i profili economico e tecnico, devono essere messi in condizione, dagli enti superiori, di organizzare in economia le fasi del ciclo. La gestione può infatti permettere ai piccoli Comuni di compiere economie di scala sulla gestione del ciclo idrico, con importanti ricadute sul territorio montano.

8. Rapporto degli Enti con le imprese private
Secondo gli aspetti evidenziati al punto 2 del presente manifesto, le imprese private intenzionate a fare nuovi investimenti nel campo idroelettrico devono relazionarsi – in modo trasparente e rispettoso – con gli Enti locali, impegnati nell’amministrazione del territorio e delle sue risorse. La volontà del business deve essere accantonata in favore di un consapevole sviluppo locale, dove gli interessi del territorio incontrano l’impegno dell’imprenditore privato, la necessità di produrre energia da fonti rinnovabili, di non usurpare e danneggiare l’ambiente, l’ecosistema, la biodiversità, i luoghi. L’interazione con gli Enti locali deve essere stretta lungo tutta la fase di programmazione di nuovi progetti e negli anni successivi all’insediamento dei piccoli impianti.

9. Ruolo di Province e Regioni
Gli enti di area vasta – le Province e le Città metropolitane – titolari della capacità autorizzativa, e le Regioni – soggetti programmatori – devono assumere la necessità di guardare al territorio montano con strumenti e impegno diverso rispetto a quello di altri territori. Gli Enti locali devono essere messi nelle condizioni di poter utilizzare in modo sostenibile e risorse delle Terre Alte – acqua, legno, suolo in primis – garantendo un corretto e adeguato sviluppo a beneficio di quanti vivono e operano in montagna. La programmazione di nuovi impianti idroelettrici deve essere permessa – nelle fasi autorizzative delle opere –se inserite in una complessiva programmazione di ogni singola vallata o di asta fluviale, dove siano valutati tutti i dati necessari all’impianto e al mantenimento di elevati standard qualitativi nella gestione delle risorse naturali e ambientali. I singoli impianti, ipotizzati negli ultimi anni, devono infatti garantire ricadute socio-economiche vantaggiose, non solo per in singoli Comuni sui quali è insediato l’impianto (non si possono seguire confini amministrativi nella valorizzazione e nell’uso sostenibile di risorse naturali) ma per le intere vallate sulle quali si muovono i corsi d’acqua.

10. Pagamento dei servizi ecosistemici-ambientali, oil free zone e Green communities
Le strategie di valorizzazione degli impianti idroelettrici esistenti e di nuova realizzazione devono essere orientate ai principi contenuti negli articoli 70, 71 e 72 della LN 221/2015 (Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy). La produzione idroelettrica deve essere considerata (come richiamato dall’articolo 70 della suddetta legge) al fine del riconoscimento del pagamento dei servizi ecosistemici-ambientali, definita quale remunerazione di una quota di valore aggiunto derivante, secondo meccanismi di carattere negoziale, dalla trasformazione dei servizi ecosistemici e ambientali in prodotti di mercato, nella logica della transazione diretta tra consumatore e produttore, ferma restando la salvaguardia nel tempo della funzione collettiva del bene.
La produzione idroelettrica concorre alla realizzazione delle “Oil free zone” su un area territoriale, come previsto dall’articolo 71 della LN 221/2015. Nelle Oil free zone sono avviate sperimentazioni, concernenti la realizzazione di prototipi e l’applicazione sul piano industriale di nuove ipotesi di utilizzo dei beni comuni, con particolare riguardo a quelli provenienti dalle zone montane, attraverso prospetti di valutazione del valore delle risorse presenti sul territorio.

I presenti meccanismi sono parte integrante della Strategia nazionale delle green community, prevista dall’articolo 72 della LN 221/2015. La strategia nazionale individua il valore dei territori rurali e di montagna che intendono sfruttare in modo equilibrato le risorse principali di cui dispongono, tra cui in primo luogo acqua, boschi e paesaggio, e aprire un nuovo rapporto sussidiario e di scambio con le comunità urbane e metropolitane, in modo da poter impostare, nella fase della green economy, un piano di sviluppo sostenibile non solo dal punto di vista energetico, ambientale ed economico.

Un modello che se applicato in Valsusa dove grandi aziende energetiche, oggi Iren ed Enel, hanno tradizionalmente da oltre 130 anni crreato un sistema di centrali e bacini – peraltro consentendo anche la piena industrializzazazione delle Valle – ma con protagoniste le amminstrazioni, in sinergia ad esempio con i grandi gestori di impianti della neve, potrebbe portare non solo un afflusso importante di risorse nelle casse degli enti, ma un complessivo miglioramento dellaqualità della vita dei residenti. Serve però, oltre all’idea condivisio di un modello di sviluppo, un recupero di orgoglio della propria identità e spirito  di montanità, ch epare essersi un po’ diluito.