“Agricoltura di territorio e prodotti di qualità per l’economia e il turismo della montagna” Confronto fra l'Assessore Regionale Giorgio Ferrero, imprese del settore e amministratori nell'ambito di BioGusto2016

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SANT’ANTONINO DI SUSA – In un affollato convegno dal titolo “Agricoltura biologica e ambiente: i Biodistretti per la promozione della qualità e dello sviluppo del territorio” si è parlato oggi a BioGusto2016 dell’importanza delle politiche agricole di qualità per sviluppare nuova economia e creare filiere corte di consumo, nel settore turistico come nelle mense scolastica.

“Quello che è fondamentale per l’Associazione Città del Bio – che rappresenta Amministrazioni e distretti locali  –  ha esordito Antonio Ferrentino che ne è il Presidente – non è solo il biologico, che è una eccellenza, ma ciò che conta di più è la garanzia della territorialità. Della rappresentazione dei territori anche e soprattutto attraverso la biodiversità data dai prodotti della terra e dal cibo che ne ne deriva: materie prime, ma soprattutto prodotti artigianali e di qualità, in cui l’Italia  tutta è eccellenza mondiale.  L’Associazione unisce i comuni e gli enti territoriali che condividono la scelta di promuovere l`agricoltura biologica, intesa non solo nella sua accezione di modello colturale, ma soprattutto di progetto culturale. Questi prodotti devono trovare spazio innanzitutto sulle tavole dei consumatori locali, delle mense scolastiche. Perché se è vero che non possiamo coltivare le banane è anche vero che dobbiamo reimparare a consumare i prodotti di stagione della nostra terra.”

E questo  – ha aggiunto Susanna Preacco, Sindaco di S.Antonino – è un processo di recupero culturale – ed economico – che comincia con una educazione in famiglia e a scuola. Intanto cominciamo a mangiare italiano, poi via via avviciniamoci ai nostri produttori locali.” 

 C’è spazio per una agricoltura di qualità anche in una valle come la Val di Susa, il cui fondovalle è fortemente antropizzato con grande consumo di suolo e una montagna dove , fra i pascoli alpini e i paesi un bosco degradato non curato ha ripreso sempre maggiore spazio, ricoprendo quel paesaggio culturale costruito da secoli di cultura alpina di attività primaria, cioè agricola? I segnali sono positivi, ma c’è molto da lavorare. Il Convegno, dopo i saluti di rito si è aperto con due case history diversi, ma entrambi interessanti. 

Davide Zingarelli  Ingegnere, un master in enologia, patron del birrificio Soralamà e della Simatec, che produce i macchinari per fare la birra artigianale, a Vaie. “Sono chierese, ma sono venuto qui perché a Vaie c’era una delle acque migliori del Piemonte. Da piccolo birrificio ora siamo una impresa integrata e dal primo gennaio anche una impresa agricola, Perché vogliamo produrre luppolo per il nostro e altri birrifici. In Valle c’è ormai un polo con 5 birrifici artigianali. Tutti noi fatichiamo a reperire il luppolo di qualità sul mercato per cui ho deciso che dovevamo provare a produrlo. Lo faremo noi , ma chiediamo oggi alle imprese agricole di pensare a convertire parte della loro attività Il luppolo come la vite è anche un elemento estetico del paesaggio, visto che vien coltivato a filari, e ha bisogno di circa 4 anni per rendere al 100%. Ma garantisce a regime un valore commerciale di almeno 4.000 € a ettaro: ci piace l’idea di farne un esempio virtuoso di filiera.”  Le prime reazioni sono state decisamente positive. “Confrontiamoci su un tavolo tecnico, perché la proposta ci interessa molto” ha detto Sergio Barone Presidente di Coldiretti Valsusa.

Roberto Messineo, che pure le sue piante di caffè le ha portate sul tavolo, non potrà produrre il Caffé San Domenico in valle, il cui clima proprio non assomiglia agli altipiani dell’Etiopia dove è originaria la Coffea arabica. Ma la sua torrefazione artigianale, classificata fra le 24 migliori d’Italia, ormai di strada ne ha fatta tanta. “Ci siamo specializzati nella tostatura dei più grandi cru di arabica del mondo del mondo. dall’Etiopia al Nepal, al Centro e SudAmerica. Ma da oltre 3 anni utilizziamo solo caffé biologico ed ecosolidale certificato. Lo abbiamo fatto per anni senza comunicarlo, proprio per rispetto del consumatore, per non utilizzarlo come una etichetta solo promozionale. E sono molto soddisfatto del risultato che abbiamo ottenuto presso i nostri clienti e consumatori. E’ il nostro modo di valorizzare la biodiversità nel rispetto dei territori di origine, del lavoro di chi produce la materia prima, che mi piace ricordarlo, è l aseconda per importazione in Europa dopo petrolio e gas.”

Di politiche agricole, in confronto con gli intervenuti hanno parlato Roberto Moncalvo, leader nazionale della Coldiretti, e Giorgio Ferrero, che da quel mondo proviene professionalmente ed oggi è Assessore Regionale del Piemonte all’Agricoltura.  Moncalvo ha ricordato che “Il valore dei cibi e dei vini italiani all’estero è praticamente raddoppiato negli ultimi dieci anni facendo segnare un aumento record del 79% nelle esportazioni che hanno raggiunto il massimo storico di 36,8 miliardi di euro nel 2015. Circa un prodotto alimentare italiano esportato su cinque è “Doc” con il valore delle esportazioni realizzato grazie a specialità a denominazione di origine, dai vini ai formaggi, dalle conserve all’olio fino ai salumi, che rappresenta il 20% del totale ma  la crescita è anche spinta da nuove specialità del Made in Italy, birra compresa.”  I segnali sono positivi, con oltre 100.000 giovani nuovi imprenditori o addetti al settore, e le politiche nazionali finalmente han tenuto in considerazione le richieste delle imprese. “I problemi vengono dalla grande produzione, in particolare lattiero-casearia che strozza i produttori italaini a favore di materie prime di sacarsa qualità e di importazione. Attenti anche al bio, il cui 30% della produzione mondiale è cinese.” “Noi ci batteremo in ogni sede perché tuttala filiera sia tracciata e sempre di più le imprese agricole possano vendere direttamente i prodotti, accorciando gli intermediari e premiando la qualità.” 

Tirato in ballo anche sui problemi dei danni da selvatici, ma anche di recupero di razze autoctone ovi-caprine,  Giorgio Ferrero ha chiuso con il suo intervento i lavori: “Dobbiamo sviluppare una politica agricola che in certi settori, ribadisco il lattiero caseario, ma anche ad esempio il moscato, non leghi le imprese a poche grandi aziende che fanno e disfano il mercato. Ma dal mercato dobbiamo creare sviluppo. Tutta la politica agricola regionale, PAC ordinaria e PSR, non vale 1/6 del mercato per i prodotti piemontesi. Le imprese devono trovare il coraggio di essere protagoniste, specie nelle aree meno forti come la montagna, attraverso processi di aggregazione in cooperativa, per fare massa critica. Va bene consumare i prodotti sul territorio, ma le eccellenze dobbiamo avere la forza di promuoverle e venderla in corner vetrina e negozi di qualità nelle città e anche all’estero se possibile. Ogni prodotto venduto è un biglietto da visita del territorio che invoglia a visitarlo. La montagna è per la Regione strategica, perché proprio attraverso il PSR cercheremo di attivare tutti i finanziamenti possibile sulle Terre Alte, per compensare il gap che ha verso la pianura. Ma vanno fatte scelte a partire dalle amministrazioni, che devono sostenere le imprese e attivare progetti di filiera, come quelli di cui abbiamo parlato qui oggi. A partire dall’uso dei pascoli alpini: abbiamo pronti i modelli per i bandi di monticazione. I Comuni devono dire no a chi usava la montagna per fare business o peggio truffe, e favorire le aziende locali e produttive.”

Quasi tutti le produzione della tradizionale alpicoltura – ha proseguito Ferrero – aldilà delle etichette, sono biologiche o naturali, per definizione. Vanno assolutamente valorizzate economicamente le vere produzioni di alpeggio, cui va riconosciuto un grande valore aggiunto economico. “Una montagna in salute non può fare a meno delle proprie imprese agricole, che però devono fare uno sforzo collettivo di innovazione e collaborazione. In questo il ruolo di Coldiretti e delle associazioni è importante. A partire dalla tutela dei pascoli alpini e dei veri margari, che col loro lavoro  di tutela ambientale, alla sua produzione di formaggi di qualità, sono protagonisti del turismo in montagna. Un lavoro cui cui tutti dobbiamo essere consapevolmente riconoscenti. Ma c’è un altro settore in grande sviluppo: la viticoltura come attrattore turistico anchein montagna. E anche su questo campo la Valle di Susa ha molto da dire se saprà cogliere appieno le sue potenzialità.”