And the Oscar goes to, analisi semiseria di un cinefilo

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Come al solito, tutti gli anni mi prefiggo di arrivare all’Ora X avendo visto tutto quel che c’era da vedere, in modo da essere obiettivo al 100%. Come al solito, anche quest’anno l’obiettivo è miseramente fallito, e sono riuscito a visionare poco più di metà del materiale in lizza. Quindi, per le caselle ancora mancanti, bocca cucita. Mi limiterò solo a dir la mia sui premiati di stanotte, il mio giudizio personale in attesa di completare il quadro e poter esprimere qualcosa di oggettivo. Di sicuro, giustizia è stata fatta, anche se in un modo che condivido poco. Innanzitutto, consegnando una statuetta a quello che, personalmente, ritengo il più grande compositore di colonne sonore vivente (e uno dei più grandi di tutti i tempi), il Maestro Ennio Morricone. Una statuetta che non fosse quella “alla carriera” di qualche anno fa e che rendesse realmente merito a tutto quel che il Maestro ha fatto per il cinema dagli anni ‘60 a oggi. C’è solo una punta amara in questo premio: l’avergliela consegnata per un fondo di magazzino. Le musiche di The Hateful Eight, infatti, per quanto suggestive, sono pur sempre uno scarto de La Cosa, anno 1982. Fa un po’ strano vincere per uno scarto ed esser scartati per i veri capolavori, da Leone (il tema di C’era una volta in America rimane per me una delle cose più commoventi mai scritte) a Tornatore (Nuovo Cinema Paradiso, La leggenda del Pianista sull’oceano o ancora, meno nota ma meravigliosa, la colonna sonora de La migliore offerta) passando per Mission. In ogni caso, giustizia è fatta: il Maestro mette in bacheca la statuetta superando un mostro sacro delle notti al Dolby Theatre, quel John Williams che ormai sa di avere, ogni anno, la sua poltroncina prenotata (con questa fanno cinquanta candidature…) e che competeva alla lizza con Star Wars (con cui, tra l’altro, l’Oscar l’aveva già vinto nel 1978…). In tema di giustizia fatta, beh, forse il primo a cui si pensa, complice il trend virale degli ultimi anni, è sicuramente il buon Leonardo Di Caprio. Uno dei miei attori preferiti, del quale non ricordo film sotto la media (forse The beach, che sinceramente non mi aveva fatto impazzire…). Anche per lui vale, secondo me, lo stesso discorso di Morricone: è palese che l’assenza di statuette finora fosse una vergogna, ma non era questo il film per cui vincere  il premio alla regia a Iñarritu, che ritengo un genio assoluto da quando vidi Babel e ne rimasi sconvolto, e quello alla fotografia, allucinante, a Emmanuel Lubezki, che piazza così il tris dopo Gravity e Birdman), ma molto “monolitico”. I personaggi, al suo interno, sono fissati in una sorta di stereotipo senza evoluzioni lungo quasi tre ore. E il personaggio di Di Caprio, per quanto lui abbia portato in scena una prova fisica estrema, non lascia molti margini: di fatto, è costretto a rantolare e rotolarsi per 3/4 abbondanti di pellicola. Ancora una volta, però, va bene così. Questa statuetta serva a ripagare quelle mancate per i vari Wolf of Wall Street, Gangs of NY, Aviator, Blood Diamond, Django, Shutter Island, Buon compleanno Mr. Grape, Inception, Il Grande Gatsby, The Departed e tanti altri ancora della sua meravigliosa carriera. Speriamo solo che la vittoria dell’Oscar non gli tolga la voglia di continuare…Per il resto, che dire? Sei statuette, quasi tutte tecniche, a Mad Max: Fury Road, che devo andare a rivedere (lo ammetto, l’ho visto quand’è uscito, mi è piaciuto, ma non l’ho guardato con grande attenzione); poi, Brie Larson miglior attrice protagonista per Room e Alicia Vikander non protagonista per The Danish Girl, entrambi film che non ho ancora visto per cui non dico nulla. Sono sinceramente felice per Il caso Spotlight, che si porta a casa, meritatamente, due riconoscimenti pesanti, ovvero miglior film e miglior sceneggiatura originale. Un gran film, con una trama avvincente (visto il tema trattato, ai titoli di coda rimane dentro una forte sensazione di fastidio), profondo, interessante e ben costruito, con un bel team di attori che lavora molto bene insieme, anche se nessuno, tra i vari Michael Keaton, Mark Ruffalo, Stanley Tucci e Rachel McAdams, risulta spiccare in particolar modo. L’unico premio sul quale non sono d’accordo è la statuetta al miglior attore non protagonista: non ho ancora visto Creed, per il quale Sylvester Stallone arrivava con il favore dei pronostici, ma in ogni caso il personaggio di Mark Rylance ne Il ponte delle spie non è da Oscar. Ciascuno degli altri candidati avrebbe avuto, secondo me, più motivazioni: dallo stralunato economista Christian Bale de La Grande Scommessa, al giornalista “aggressivo” di Spotlight Mark Ruffalo a, soprattutto, Tom Hardy, secondo me vero protagonista indimenticabile di The Revenant. Il personaggio della spia russa è sì ben interpretato, ma manca completamente di consistenza e risulta essere poco più che di contorno in una pellicola dove giganteggia Tom Hanks e dove in ogni inquadratura si legge forte e chiara la mano di Spielberg (la scena sul confine tra Berlino Est e Ovest è una vera firma). Ultime note per gli “esclusi”: innanzitutto, colpisce, ma neanche troppo, lo 0/7 di The Martian. Buon film, nulla di più. Direi che Scott ha tirato fuori decisamente di meglio nella vita, e quelle sette nomination erano, secondo me, fuori luogo. Idem per Steve Jobs di Danny Boyle, ben costruito (ma quello è un marchio di fabbrica), con una bravissima Kate Winslet ma che, alla fine, paga la scelta di Fassbender come protagonista: pur bravo, a me non ha ricordato Jobs nemmeno per un attimo, con un’interpretazione diametralmente opposta a quella, fedelissima, di Ashton Kutcher in Jobs due anni fa. Insomma, anche quest’anno il sipario è calato, senza grandi sorprese, al Dolby Theatre di Los Angeles. Ma qui, dall’altra parte dello schermo, noi siamo già in attesa, pronti a vedere cosa presenterà il 2016 e per cosa staremo a spellarci le mani tra un anno.