Avigliana vive una storia positiva d’immigrazione Raissa Hani una donna solidale e coraggiosa

raissa

di LODOVICO MARCHISIO

AVIGLIANA – Vivendo ad Avigliana ho conosciuto un personaggio del quale vale veramente la pena di parlare. In un momento in cui il mondo è flagellato da atti di terrorismo senza fine, da profughi che muoiono in mare nella vana speranza di cambiare vita, viene da chiedersi dove siano ancora l’umanità e il senso della vita. Il terrore infonde paura, la paura incertezza e l’incertezza provoca come reazione a catena il dover giudicare prima di conoscere. Non si deve mai avere paura del “diverso”, anzi a volte il vero “fratello” che ti può aiutare è quello più bistrattato e bisognoso. Un esempio pratico è la persona di cui desidero parlarvi. Il 20 maggio di quest’anno sono stato chiamato come giornalista a partecipare all’inaugurazione di un centro d’ascolto e di assistenza per la fascia più debole delle persone bisognose della valle di Susa e prima cintura di Torino. In questo contesto mi ha profondamente colpito la fondatrice del CEIM Valsusino (Centro D’ascolto), Raissa Hani e soprattutto mi hanno colpito le parole di sua figlia Sara studentessa di giurisprudenza a Siena, che mi permetto di rielaborare perché mi hanno permesso di conoscere più a fondo l’animo di Raissa e perché dedica l’intera esistenza ad aiutare il suo prossimo. Infatti sua figlia ha scritto che è difficile comprendere fino in fondo la forza e il coraggio che animano il cuore di chi, seppur con rammarico, lascia la propria terra, il proprio mondo, il proprio posto sicuro, alla volta di un paese nuovo, sconosciuto e magari anche ostile! Raissa è arrivata in Italia quando era ancora una ragazzina, senza famiglia, più che per necessità economica, per il suo immenso spirito avventuroso, che ancora le appartiene e perché quella realtà le “andava stretta”; in quanto il Marocco, per quanto rimanga uno stato meraviglioso, riserva tuttora un ruolo marginale alle donne. Per chi intraprende questi viaggi, sopravvivere sembra essere l’unico pensiero, la sua unica preoccupazione. Trovare lavoro appare un’impresa ardua e lontana. La burocrazia lenta e ostica pone ostacoli apparentemente insormontabili per ottenere un permesso di soggiorno temporaneo che permetta un po’ di serenità. Per non parlare poi della lingua. Imparare nuovi idiomi senza libri, senza scuola, non è mai semplice, anzi è uno degli ostacoli maggiori. Raissa ha dovuto superare molte difficoltà: sfruttamenti, razzismo, invidia e altre ancora… Ognuna di queste esperienze le ha procurato diverse cicatrici nel cuore, che ancora oggi le causano dolore, ma una delle cose per cui questa donna merita stima è la sua grande tenacia e forza d’animo che la distinguono in ogni campo. Gli anni novanta erano diversi rispetto ai giorni nostri, niente crisi economica, quindi flussi migratori decisamente meno importanti, perciò non esistevano realtà  predisposte ad aiutare chi aveva bisogno di una guida. Subire angherie e discriminazioni a causa della propria origine sembra distante dalla nostra realtà, una concezione vacua e fittizia, che non potrebbe mai avere niente a che fare con noi o le nostre conoscenze. Invece noi, come esseri umani, siamo parte di un tutto, un insieme di eventi che ci circondano, ci avvolgono e ci stritolano senza emettere un fiato che ci renda consci dei fatti. Il razzismo esiste, la povertà intellettuale ne è la causa. Non tutti purtroppo sono in grado di fronteggiare il disagio sociale in cui si è catapultati quando ci si sente costantemente rifiutati. E una volta usciti dal tunnel del senso d’inadeguatezza cosa si può fare per cambiare le cose? Raissa ci dimostra che a lei importa di chi soffre ogni giorno, soffocato dalla miseria e dalla disperazione perché ha vissuto in prima persona questa dolorosa esperienza. Dimostra con la sua opera che non si è mai soli e che se si seguisse tutti il suo esempio mai lo saremo. A questo punto viene istintivo chiedere a questa “piccola, grande donna”cosa pensa del momento attuale che stiamo vivendo in generale (discriminazione razziale, terrorismo, etc.) e Raissa così mi risponde: “Vorrei esprimere il mio credo a tutte le nazionalità perché la morte non fa distinzioni solo che quando tocca agli altri, crediamo di essere immortali, invece non vi sono distinzioni di razze, religioni o colore della pelle. Quindi dobbiamo unirci tutti insieme, prenderci idealmente per mano per dire basta a questi assurdi massacri di vite umane e di bambini innocenti che pagano senza colpa alcuna la follia dell’essere umano. Già di per sé la vita è difficile, per molti senza lavoro e sicurezze in un’ingiusta povertà che colpisce le sfere più deboli e senza voce mentre in altri luoghi il maledetto “dio denaro” erige tempi senza Dio (es. Dubai) dove la ricchezza sfrenata toglie alla stessa popolazione povera che vive ai suoi margini, i bisogni primari. Se tutta la ricchezza fosse ugualmente ripartita non esisterebbe più la fame nel mondo e tutti vivremo in pace e serenità. Fa più rumore infatti un albero che cade che una foresta che in silenzio tenta di crescere perché una goccia che cade nel mare non fa rumore, ma tante gocce unite fanno la differenza”.