Collegno, il giovane Alessandro in Libano per aiutare i rifugiati “Non mi sento un eroe né una persona coraggiosa, faccio solo qualcosa che sento sia giusto nella vita”

Alessandro Ciquera, il terzo da destraAlessandro Ciquera, il terzo da destra

COLLEGNO – Alessandro Ciquera, classe 1988, è di Collegno e non si definisce: “Un eroe né una persona coraggiosa, sento solo di fare qualcosa che mi fa sentire vivo e che dà un senso a ciò che sento giusto nella vita”. Il coraggio Alessandro però ce l’ha, perché negli ultimi mesi è stato in Libano, dove ha vissuto e lavorato nei  campi profughi che ospitano i siriani in fuga dalla guerra, è stato un sostegno per loro e con grande impegno ha seguito i suoi ideali, portando avanti questo percorso insieme all’Associazione Operazione Colomba.

“Si incontrano storie drammatiche, quando si entra in contatto con questa realtà. Ti cambia a livello personale – sostiene Alessandro raccontando la sua esperienza -. Andiamo e cerchiamo di accompagnare le persone che nel conflitto subiscono di più, come donne, bambini anziani, persone sole. Non perché siamo eroi, ma perché nel momento in cui ci sono cittadini europei c’è più attenzione nei loro confronti. Ci sono ospedali, dove cerchiamo di accompagnare coloro che hanno bisogno. Cerchiamo di farli riconoscere come essere umani. Queste persone sono condannate a vivere in luoghi dove non c’è prospettiva, vivono con un passato che crea dolore, un presente anonimo fatto di questi campi e un futuro fatto di guerra. Una delle storie che mi è rimasta impressa è quella di un bambino con una malattia alle ossa, scappato dalla Siria da una città bombardata. La mamma e la nonna hanno portavano in braccio il bambino per le montagne, con la paura che ogni colpo subito rischiasse di rompergli le ossa. Ci hanno messo quasi un mese a fare il viaggio perché la strada non era agibile. Queste sono storie che si incontrano in continuazione e ti fanno chiedere cosa puoi fare”.

Cosa ti ha spinto ad andare in Libano a contatto con questa realtà?

“Sono un paio di anni che seguo questa esperienza nel Libano. Non riesco ad essere indifferente di fronte a tutto ciò. A volte faccio fatica a vedere quello che succede intorno senza avere la possibilità di fare qualcosa. Ciò che mi spinge è che al di là nella paura c’è la possibilità di creare relazioni di amicizia e solidarietà che fanno sì che ne valga la pena. Non mi sento un eroe né una persona coraggiosa sento di fare una cosa che mi fa sentire vivo e che dà un senso a quello che sento giusto nella vita. Stare vicino alle persone è la cosa più naturale che ci sia ed è ciò che ci rende umani. Temo di più l’indifferenza, mi fa molta più paura rispetto a pericoli concreti che ci sono”.

Che cosa ti ha lasciato questa esperienza?

“Rimangono tanti volti, tante storie e amicizie. Penso che sia questo per me l’essenziale più di tante altre cose, il valore dei rapporti umani, il fatto che ci sia qualcosa di più forte della perdita e mi sento fortunato in un periodo come questo in cui c’è paura dello straniero, paura di perdere qualcosa. Ho avuto la fortuna di vedere un altro volto di questa situazione. Ho imparato cosa vuol dire lottare per la propria vita. Per me l’immagine di questi bambini, che hanno visto l’orrore della guerra e chiedono solo di vivere in pace e iniziare a lavorare, è qualcosa che va oltre la politica o tante cose. Bisognerebbe partire da queste persone se si vuole creare la pace vera, dando voce alle persone che hanno subito. Il lavoro che facciamo è questo, aiutare le persone che hanno rifiutato la violenza”.

Alessandro, che al contempo frequenta l’università, vuole continuare con questo suo percorso e nel futuro vorrebbe tornare. Dopo essere stato via da maggio fino ad inizio gennaio, al momento è casa con la famiglia e gli amici. “Non voglio perdere la mia vita quotidiana. Una persona deve lottare per rimanere se stessa, mantenere l’amore verso la vita, anche per mantenere uno sguardo obiettivo. Questo è comunque un progetto che continuerò a seguire, perché chi fugge dalla guerra ha bisogno di qualcuno che dia stimoli costruttivi”, conclude Alessandro.