Di vedetta come guardia allo Chaberton Viaggio fotografico di Ottavio Zetta

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Fotografie di OTTAVIO ZETTA

CESANA – Nel primo dopoguerra, l’esperienza maturata nel corso del conflitto portò a concepire una nuova organizzazione difensiva, che avesse come elemento fondamentale il centro di resistenza, un’opera con armi di fanteria con una maggiore solidità rispetto all’azione dei medi e grossi calibri. I precetti teorici furono materializzati sul terreno a partire dagli anni Venti, quando, sotto l’impulso della politica bellica del fascismo, riprese l’attività fortificatoria su tutto l’arco delle Alpi. Si trattava di semplici postazioni per mitragliatrice scavate nella roccia con feritoia piuttosto piccola senza particolari protezioni. L’avvio ufficiale dell’estesa linea difensiva che avrebbe poi preso il nome di Vallo Alpino, si ebbe soltanto il 6 agosto del 1931 con l’emanazione della circolare n° 200 del Comando del Regio Corpo di Stato Maggiore, a firma del generale Bonzani, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito. Anche se apparteneva ad una tipologia che aveva dimostrato ampiamente la sua vulnerabilità venne integrata in questo nuovo schieramento l’unica batteria offensiva del settore occidentale: la batteria dello Chaberton che assunse la denominazione di 515a batteria. Naturalmente solo la batteria non era sufficiente alla difesa della zona, quindi anche gli accessi al monte vennero difesi con le nuove opere del Vallo Alpino. In particolare la difesa si concentrò sul Colle Chaberton e sull’area del Petit Vallon.

Il controllo del colle fu affidato a due opere in caverna realizzate tra il 1931 e il 1932 costruite seguendo i criteri descritti dalla circolare “200”. Si trattava di due opere moderne, rispettivamente Centro 111 e Centro 112 poste ai lati opposti. del sentiero che sale al colle. Con il tiro incrociato dello loro mitragliatrici controllavano, la principale via di accesso allo Chaberton dal versante francese. Erano in grado di operare in completa autonomia e in ogni condizione climatica. Infatti disponevano delle riserve alimentari e di acqua sufficienti per diversi giorni, mentre un motogeneratore forniva corrente elettrica necessaria per l’illuminazione e l’azionamento della ventilazione interna. Grazie al sistema di filtrazione a carboni attivi e alle capsule di rigenerazione dell’aria, erano in grado di resistere contro eventuali aggressioni con le armi chimiche. Il sistema di comunicazione foto telefonico garantiva la comunicazione fra le due opere senza problemi di intercettazione.

Articolo estratto dal libro “IL MITO DELLO CHABERTON – storia ed escursioni” di Mauro Minola e Ottavio Zetta edizioni “Susa Libri”