E’ mancato Michele Tota, l’aviere pugliese Condove e l’Associazione Combattentistica in lutto

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CONDOVE. Ieri è mancato Michele Tota, un personaggio condovese che aveva sempre una parola buona per tutti. L’aviere scelto Michele Tota era condovese da quarant’anni, così sua moglie e i figli. Era un punto fermo per l’Associazione Combattentistica e metteva la sua presenza come valore a ricordo di chi come lui ha saputo affrontare i viaggi della vita con coraggio e stile. Questa è l’intervista che gli feci, un suo ritratto.

LA STORIA – Gravina è ha qualche chilometro da Bari e si trova a 870 chilometri dalla Valsusa. La Tunisia è a 1200 chilometri da Gravina e il Texas, poi, a più di diecimila chilometri. Insomma Gravina è al centro del mondo o almeno il punto di partenza del nostro racconto. Lì nacque nel 1921 Michele Tota in una valle aspra che da offrire aveva solo il duro lavoro dei campi. Visse la gioventù in modo “littoro”. In pieno regime i giovani erano inquadrati nell’Opera Nazionale Fascista e i ragazzi come Michele di anno in anno presero i gradi passando da Balilla a Giovane Fascista, fino all’agognata meta dell’esercito. Tota fu chiamato in servizio e inquadrato nell’aeronautica, prima nella sua terra, poi in Sicilia e nel 1941 il viaggio fino sulle spiagge dell’Impero. Detto così sembra un bel traguardo, una posizione di prestigio, in realtà la Tunisia era poca cosa e come vedremo anche malamente organizzata. L’aviere arrivò a Tunisi e da lì insieme a quaranta commilitoni fu caricato su un treno in direzione Gabès, dove doveva prendere servizio nell’aeroporto. Tra bombardamenti, imboscate, binari divelti e viaggiando solo di notte il gruppo dopo un paio di settimane arrivò a destinazione. “Quando arrivammo lì, non c’era più nulla tutto era stato distrutto dagli aerei inglesi, c’erano solo rottami di aeroplani e null’altro” ricorda Tota. Così il gruppo riprese il cammino contrario, con la solita lentezza piena d’incognite. Arrivati finalmente nella capitale tunisina ricevettero però l’ordine di riprendere il cammino al contrario. Eccoli di nuovo sulla strada di Gabès senza un ufficiale, senza guida. Iniziò il lavoro sui mezzi tedeschi, i pochi aerei italiani non erano più funzionanti, e per Tota un nuovo incarico: al rifornimento carburante. Passarono i mesi fino a maggio del 1943. “Una notte sentimmo uno storno passarci sulla testa, pensavamo fossero dei nostri invece erano inglesi. Cominciò il finimondo e noi ci mettemmo in una grotta di tufo ad aspettare che passassero” dice Tota di quel giorno, “a pochi passi da noi c’era il telefono che continuava a suonare ma nessuno riusciva ad arrivarci, ricordo ancora quello squillo”. Poi un aviere arrivò alla cornetta e scoprì che le truppe inglesi erano a pochi chilometri da loro. Via di corsa su un camion cisterna alimentato per metà a benzina militare e metà olio fino a Tunisi a dare l’allarme. “Quando arrivammo in città, gli ufficiali stavano prendendo il the in terrazza senza sapere nulla” racconta Tota dei giorni dell’avanzata inglese. Fu il finimondo, un fuggi fuggi scomposto senza organizzazione. In poche ore migliaia di sbandati senza armi, munizioni e viveri si ritrovano in un avvallamento in attesa egli eventi. Dopo ore d’attesa gli ufficiali decisero la resa e annodato un drappo bianco su un fucile si incamminarono verso la città. Passò ancora molto tempo prima che gli italiani vedessero arrivare gli inglesi, per gli italiani non era solo difficile combattere ma anche arrendersi. Dopo un attimo di paura, consegnate le poche armi ancora funzionanti, gli italiani rassicurati dagli inglesi cominciarono un lungo periodo di prigionia. “Eravamo impossibilitati a combattere, con vestiti logori, senza armi e munizioni, senza neppure le scarpe” dice Tota “cosa potevamo contro l’esercito inglese che era provvisto di ogni ben di Dio?”. Per il nostro Michele dopo un periodo in un campo di prigionia in Africa ci fu il trasferimento in un altro continente: l’America. In Arizona a Phoenix fu internato fino al 1946, quando finalmente poté riprendere la via di casa. Un altro lungo viaggio, ma non l’ultimo! Ripresa la vita civile, tra i motori e la meccanica agricola Tota mise su famiglia e vide crescere due figli. Fu nel 1970 che su invito di un amico mise il naso in Piemonte per valutare un lavoro presso la sorgete d’acqua di Vaie. “Un viaggio senza pretese con nessuna intenzione di trasferirmi o cambiare vita” dice oggi Tota, ma come capita a volte, ecco accadere l’opposto.