Il giavenese Eli Guastalla racconta le conseguenze delle leggi razziali in Italia

Eli GuastallaEli Guastalla

GIAVENO – “Gli ebrei non sono italiani”. È questa, di fatto, l’accusa che giustificò l’approvazione, nel 1938, delle leggi razziali da parte del fascismo. “Accusa” che fa sorridere amaramente Eli Guastalla, chimico milanese di religione ebraica trapiantato a Giaveno da anni, il cui avo, Enrico Guastalla, fu colonnello di Giuseppe Garibaldi e partecipò a tutte le campagne dei Mille. Nato nel 1946 a Tel Aviv (oggi Israele, allora Palestina sotto mandato britannico), Eli Guastalla ha dovuto fare causa allo Stato per riottenere la cittadinanza italiana. “I miei genitori sono fuggiti nel ’38, allora mia madre stava studiando Medicina a Milano e ha dovuto interrompere gli studi — spiega Eli Guastalla — A voler vedere il bicchiere mezzo pieno, posso dire che è andata ancora bene; alla famiglia di origine cecoslovacca di mia madre, i Binder, è andata decisamente peggio: su otto fratelli e sorelle soltanto uno è riuscito a scappare in Inghilterra, mentre degli altri 7 si sono perse definitivamente le tracce nel campo di concentramento di Theresienstadt”. Cittadino israeliano dal ’48, anno di fondazione dello Stato ebraico, Guastalla, subito dopo il servizio militare (della durata di due anni e mezzo), si è stabilito nel 1967 a Milano, per studiare all’università. “Quando ho iniziato a lavorare, godevo soltanto di un permesso annuale per rimanere in Italia, così ho deciso di reclamare ciò che sentivo legittimamente mio: la cittadinanza italiana”. Così, nel 1979, Guastalla si reca al Ministero dell’Interno, a Roma, per approfondire la sua situazione, ma i funzionari non gli danno nessuna speranza: “Per lo Stato italiano i miei genitori, rifugiatisi in una terra sotto mandato britannico erano ancora dei traditori (mentre per i britannici erano dei nemici), immeritevoli di qualsiasi risarcimento, contrariamente a quanto avvenuto in Germania, dove subito dopo la guerra, il governo ha restituito agli ebrei la cittadinanza e li ha risarciti dei danni patrimoniali subiti”. Un usciere del ministero, tuttavia, dopo avere origliato il colloquio di Guastalla, lo prende da parte e gli consiglia: “Faccia causa allo Stato, ché secondo me la vince”. Titubante, Guastalla cerca e trova, non senza difficoltà, un avvocato disposto a mettersi contro lo Stato e, dopo un paio di udienze, l’Italia  non si oppone più alla sua richiesta, concedendogli la cittadinanza. “Ma poiché l’Italia non riconosceva il servizio militare prestato in Israele, mi è arrivata la “cartolina” — spiega Guastalla — E francamente non mi andava di tornare sotto le armi dopo esserci stato già per 30 mesi”, così il giovane chimico scrive al Ministro della Difesa e riesce a ottenere un provvedimento ad personam che lo esonera dalla leva. Delle proprietà che la famiglia Guastalla deteneva prima del ’38 in Italia nulla è stato restituito. “Mia madre, nel ’46, è tornata a Milano e si è laureata in Medicina, ma è poi tornata in Israele per esercitare la professione di medico del lavoro, mentre mio padre faceva l’ingegnere”. Eli Guastalla parla correntemente sei lingue, ma è l’italiano la sua lingua d’affezione e, per cultura e tradizione, egli si sente italiano a tutti gli effetti e la sua storia dovrebbe portare a una riflessione circa la capacità dell’Italia di fare i conti con la propria memoria.