Enrico Borghi, neo Consigliere delegato alle aree interne dal Governo: “Non solo attenzione per le periferie urbane, ma per quelle geografiche” "La montagna è ora strategica nel piano di coesione territoriale del Paese"

Enrico Borghi (Foto Uncem)Enrico Borghi (Foto Uncem)

Di Marco Bussone

ROMA – L’onorevole Enrico Borghi – storico ormai Presidente Nazionale di Uncem, ha appena ricevuto l’importante nomina a Consigliere incaricato del governo per l’attuazione della Strategia Nazionale Aree Interne. Fianlmenter – pare – il grande tema delle periferie si sta imponendo nell’agenda politica. Anche perché su queste linee di indirizzo viaggeranno i finaziamenti strategici nei prossimi anni, anche quelle di provenienza europea.

“Il senso dell’intervento del Governo, e anche della mia nomina, va in una doppia direzione: da un lato conferma che il tema è stato focalizzato, dall’altra garantisce che non ci si fermerà alle periferie urbane -quelle che oggi fanno notizia – ma ci si allargherà anche alle periferie territoriali. Il paese va tenuto unito, lavorando sulla coesione sociale e territoriale, perché la grande crisi sta spezzando il tessuto connettivo e dobbiamo tutelarlo e ricostruirlo”.

Onorevole, finalmente dopo anni abbiamo un montanaro ad occuparsi di montagna…
“Credo che il significato di questa nomina, che  mi onora e per la quale ringrazio il Presidente Renzi e il Sottosegretario De Vincenti per la fiducia, vada ben al di là di una questione personale. Essa è il riconoscimento del lavoro fatto in questi anni da amministratori e politici della montagna italiana, che mi sono sforzato di rappresentare al meglio, e che hanno dimostrato sul campo che questi territori sono il luogo dell’innovazione, della coesione e della speranza del paese. Altro che Casta, come ci hanno descritto in un libro che al sistema Montagna ha fattosolo del male…”

Cosa significa per le aree montane la strategia aree interne?
“È un cambio di fase. Fino a ieri si distribuivano risorse sulla base di parametri fisici e statistici, col risultato che si sono gonfiate le cifre per avere più risorse senza puntare alla qualità delle politiche. Con la Snai si punta ad accettare la sfida del cambiamento con le comunità locali più periferiche e disagiate che vogliono  puntare a governare la modernità per giungere al loro riscatto. Se abbiamo aree dentro il Paese dove c’è desertificazione, perdita di popolazione e fuga dei giovani, significa che le politiche ordinarie e le consuetudini burocratiche non hanno prodotto risposte positive. E quindi c’è da smontare e rimontare il meccanismo delle politiche. Con Aree Interne si vuole investire su chi vuole far questo mestiere, complicato ma indispensabile”.

Quindi focalizzazione di risorse per premiare il cambiamento?
“Si. Dobbiamo accompagnare e sostenere, senza centralismi o logiche illuministe, la volontà delle comunità locali di assumersi su di se’ la sfida dell’oggi: come garantire i diritti di piena cittadinanza (istruzione, salute, mobilità) nell’era della spending rewiew che si è trasformata sui territori in arretramento o addirittura scomparsa dei servizi, e come generare lavoro, reddito e occupazione puntando su uno sviluppo sostenibile che metta al centro le vocazioni dei territori e la valorizzazione delle risorse locali”.

Per questo la Strategia Nazionale Aree Interne punta sui comuni e sul loro associazionismo…
“Non si riorganizzano i servizi di un territorio senza, o addirittura contro come talvolta capita, i Comuni e i loro Sindaci. Non si identifica una vocazione produttiva di un territorio senza capirne il suo “genius loci”, e chi meglio di chi vi è nato o chi vi vive può conoscerlo. I campi di lavoro sono definiti dalla politica generale della Snai: a fianco dei servizi, occorre lavorare su tutela attiva del territorio, natura-cultura-turismo, agroalimentare, energia, saper fare e artigianato, welfare e immigrazione. Poi deve essere la comunità locale a decidere quali campi e quali modalità. Per questo il ruolo dei Comuni, associati tra loro perché la scala necessaria va oltre il limite dell’ombra del campanile, è essenziale e decisivo”.

Lei sostiene che le aree interne e le montagne sono il luogo dell’innovazione su cui si giova il futuro dell’Italia. Eppure, mai come oggi ci spiegano che lo sviluppo appartiene solo al dinamismo delle aree metropolitane…
“Quando dico questo non penso a modelli neo-bucolici, né’ tantomeno immagino una dialettica oppositiva tra una presunta città cattiva e una supposta montagna idilliaca. Solo uno sciocco può negare il ruolo propulsore delle aree cittadine in termini di ricerca, innovazione, sviluppo, tecnologia. Ma il punto è un altro: e cioè che in Italia le città da sole non bastano. Perché sono “circondate” da una fascia di aree interne, rurali e montane, che non sono il “tesoro della Corona” ma hanno storie, peculiarità e caratteristiche proprie. E anche una maggiore resilienza di fronte ai cambiamenti, che ne fanno una palestra per l’intero Paese”.

Cosa intende?
“Di fronte alle esigenze dei cambiamenti indotti dalla crisi, nelle loro strutture istituzionali e burocratiche le città stanno reagendo con le lentezza. Sono pachidermi, fanno fatica a spostarsi, hanno modelli rigidi e fissi dentro i quali si nascondono vere e proprie nicchie di rendita. Ci impiegano tanto, troppo ad adeguarsi ai nuovi modelli. Basti vedere da quanti anni parliamo delle Città Metropolitane, oppure di come non sanno organizzare il ciclo dei rifiuti o dei trasporti nelle prime due metropoli del Paese. I territori, invece, sono più flessibili,e possiedono una caratteristica spesso portata ad esempio negativo -la presenza di tanti piccoli comuni- che in realtà ne assicura una elasticità data dal pluralismo,  che se portata ad efficienza con una governance moderna consente ad essi di essere più rapidi nelle forme e e le risposte. Di fronte allo shock sistemico che stiamo vivendo, le città rischiano di essere i nuovi dinosauri,e i territori possono essere i nuovi mammiferi. Ecco perché questi ultimi vanno letti come grande risorsa del Paese, e come laboratorio su cui investire”.

Concludendo, Presidente, seguendo il suo ragionamento sarebbero le periferie a salvare l’Italia?
“Se ci pensa bene, non sarebbe neanche la prima volta nella storia di questo Paese!”