Francesco Torre, da Susa all’Everest dieci passi alla volta Il racconto della salita asul tetto del Mondo

(foto Francesco Torre)(foto Francesco Torre)

SUSA – Da Susa all’Everest, più facile a dirsi che a farsi. Sono esattamente 8848 come dire che dal Comune di Susa si arriva, in linea d’aria, fino a quello di Exilles. Tre volte la salita al Rocciamelone, meno qualche metro, 84 volte un campo da calcio e 54 volte la Mole Antonelliana. Una vetta da brivisi, non per tutti, dove la linea tra il successo e la sconfitta, la vita e la morte è davvero labile. Sul tetto del Mondo è salito l’avvocato Francesco Torre, che ora a casa, può parlare con calma di questa sua incredibile ascesa.

Per un’impresa alpinista così quanta preparazione ci vuole?

Anni di preparazione, allenamento finalizzato tre mesi. In palestra (la Evolution di Susa Ndr) e su  e giù dal Rocciamelone.

Arrivare fin li e vedere la vetta dal basso, e poi la salita finale. C’è stato un momento in cui ha pensato di non farcela ti tornare indietro?

Si a 50 metri dalla cima, ma lo sherpa mi ha detto spornato. Ero ormai disperato perché per 300 metri ho scalato con l’erogatore dell’ossigeno congelato. L’ossigeno arrivava a stento, dovevo tirate con forza per respirare! Non potevo togliere la maschera perché si sarebbe congelata all’interno e avrei perso anche quel poco che mi ridava le forze. Non ne potevo più, ero in apnea e recuperavo le forze ogni dieci passi da circa otto ore.

Dieci passi alla volta? E da lussu’ si vede il mondo?

Lassù e’ un altro mondo. Verso la cima ci sono parecchi cadaveri, è la sofferenza per arrivarci è tanta, quando arrivi in cima non te ne rendi conto, quando scendi non ci credi di esserci stato. Dieci passi, poi ancora dieci, e dieci  e così via.

Cadaveri lì nel ghiaccio in vista?

Si, in vista! Io ne ho contati quattro. 

E adesso?

Con calma, l’Everest è la nella mia mente, il Rocciamelone qua con me.