Il marconista piemontese Franco Amprimo

amprimo

BUSSOLENO – Amprino nacque a Bussoleno nel 1927 e dopo le scuole obbligatorie, a sedici anni, come molti del suo paese entrò in ferrovia. Bussoleno era terra di ferrovieri e a tutti era assicurato un posto per il futuro. Nel 1943 Amprimo viaggiava su e giù per il Piemonte con i treni a vapore e sbatté contro la crudeltà quotidiana dei nazisti. “Veder partire i miei paesani per la Germania dalla stazione mi ha ferito profondamente. Poi quella strafottenza tedesca era insopportabile. Resistetti fino al ’45 poi decisi di andare anch’io con i partigiani. Non feci molto, anzi nulla, arrivarono gli americani e tutto finì” dice semplicemente. La vita riprese lentamente e quanto, dopo la guerra, l’esercito fu riformato gli arrivò la cartolina di precetto. “Cercai di spiegare che avevo fatto il partigiano, mi chiesero le prove o delle testimonianze” non si trovarono, perché non c’erano, e Amprimo fu chiamato alle armi. Arruolato nel 1947, destinazione battaglione Susa. Il primo guaio, la chiamata arrivò in buca il mercoledì con l’ingresso per il lunedì precedente. “Non saranno matti, capiranno” pensò Amprimo, fu messo in galera per diserzione, e neppure vestiva la divisa. Dopo il tradizionale addestramento ecco arrivare la giornata della prima marcia. Il sottufficiale che comandava il suo plotone sbagliò strada e arrivarono con ore di ritardo agli altri. “Meno male che stavolta non era colpa mia” mi dice, e rivide la galera per altri dieci giorni. Nel 1947 in confine più “caldo” era quello giuliano, Trieste era da poco italiana e gli jugoslavi facevano pressioni territoriali. Dove fu mandato l’alpino trasmettitore Amprino? In Friuli. “Divenni un esperto di comunicazioni, in ferrovia avevo imparato a perfezione il linguaggio Morse, conoscevo le radio, in pratica ero più esperto dei non esperti” dice oggi. I militari erano dislocati lungo tutta la frontiera, pronti all’azione, che non arrivò mai. La tensione era massima e ogni azione, ogni esercitazione ogni pensiero era improntata a non far conoscere gli spostamenti militari agli slavi. Amprimo divenne famoso, scopriamo come. Due volte al giorno lungo la linea, gli ufficiali comunicavamo alle postazioni gli ordini e ogni volta gli jugoslavi spostavano i loro uomini, dove sarebbero arrivati gli italiani. Questo balletto durò giorni, fino a quando un comandante capì che le comunicazioni erano intercettate e comprese. Amprimo si trovò sugli attenti davanti al comandate di compagnia che gli intimò, anzi perentoriamente ordinò, si trovare un linguaggio di comunicazione che non fosse compreso al di là del confine. “Ci pensai su qualche ora poi mi venne in mente che il marconista dell’altra compagnia era di Alba”. Il dialetto piemontese fu scelto come lingua di comunicazione “anche se quello là parlava un piemontese strano” ammette Amprimo, ma gli slavi non capirono più nulla. Tutto andò bene per giorni fino a quando i due trasmettitori non abusarono e si concessero la libertà di commentare gli ufficiali. “Come potevo sapere che ne era arrivato uno da Torino, boia faus”, e le porte della galera militare si aprirono per la terza volta per il nostro Amprino. La vita proseguì fino alla pensione da ferroviere. “Ho sempre partecipato alle ricorrenze militari e civili, ma mai come partigiano” conclude. Saggio e onesto.