Gli attentati di Ankara e il ruolo della Turchia visti da un giovane valsusino tirocinante all’ambasciata d’Italia Intervista a Matteo Garnero, 24enne di Chiusa San Michele

Ankara, capitale della Turchia, in una foto di Matteo GarneroAnkara, capitale della Turchia, in una foto di Matteo Garnero

Matteo Garnero ha 24 anni ed è nato e cresciuto a Chiusa di San Michele, paese che ha lasciato oltre cinque anni fa per studiare all’Università di Bologna. Dopo essersi laureato nel 2013 in Studi Internazionali con il massimo dei voti, ha preso un anno di pausa per portare avanti in maniera autonoma lo studio delle lingue e delle relazioni internazionali del Medio Oriente. Così ha vissuto fra Torino, Trento, Bologna e Roma, per poi riprendere gli studi nel 2014 presso il Campus di Forlì, dove si sta tuttora specializzando in International Politics & Markets, un corso di laurea magistrale tenuto in lingua inglese incentrato sulla politica e l’economia internazionale. Attualmente si trova ad Ankara come tirocinante all’Ambasciata d’Italia, grazie a un bando promosso dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI), dalla Fondazione Crui e da numerosi Atenei italiani. Abbiamo approfittato di un’amicizia comune per porgli qualche domanda circa la drammatica situazione che si sta vivendo, in questo momento, in Medio Oriente.

Matteo Garnero

Matteo Garnero

Come stai vivendo questo periodo di tensioni internazionali?

Con sincera preoccupazione. Credo che le sfide poste dalla crisi dei migranti, il terrorismo internazionale  e la guerra civile siriana, per citarne alcune, stiano mettendo a dura prova la nostra capacità di reazione. L’Unione Europea, soprattutto, è in affanno e divisa. Ed è difficile trovare soluzioni coerenti e sostenibili quando manca una politica organica, funzionale e funzionante. La crescita dei movimenti populisti e xenofobi in tutta Europa è un campanello d’allarme.

Da quanto tempo e per quanto tempo sarai ad Ankara?

Ho iniziato la mia esperienza all’Ambasciata di Ankara a gennaio, ma sono in Turchia da settembre, dal momento che sono stato uno studente Erasmus presso l’Università Koç di Istanbul. La politica estera della Turchia è stata oggetto della mia tesi triennale; vivere qui mi è sembrato il naturale proseguimento della mia carriera accademica e professionale, anche se lascerò il Paese a fine marzo e rientrerò in Italia.

Come hai reagito alla notizia dell’attentato dell’altro giorno?

L’attentato del 17 febbraio è accaduto nel cosiddetto “quartiere dello Stato” di Ankara, a due passi dal Parlamento, dai ministeri e dalla maggior parte delle rappresentanze diplomatiche, compresa la nostra. Ho udito un fortissimo boato ed ho immediatamente pensato ad un’autobomba. Controllando rapidamente su Twitter per cercare di capire cose stesse accadendo, mi sono tornate alla mente le immagini degli attentati di Ankara dello scorso ottobre e di Suruç a luglio 2015. C’è molta preoccupazione per via delle conseguenze che quest’attentato comporterà a livello domestico e regionale.

Cosa ti fa più paura?

Non ho paura di qualcosa in particolare in merito alla mia esperienza. Se intendi se ho paura di vivere qui, la mia risposta è no. I rischi ovviamente esistono, ma la sicurezza è un concetto molto relativo. Ciò che conta sono la prudenza, l’istinto ed il buon senso.

Cosa ti affascina del tuo lavoro in generale e della Turchia in particolare?

Questa è la mia prima esperienza in un contesto diplomatico ed il bilancio è più che positivo. Tutto il personale si è dimostrato disponibile e gentile fin da subito. In qualità di tirocinante, collaboro con l’Ufficio Commerciale, quello Politico e quello Culturale, quindi ho una visione d’insieme delle importanti attività che porta avanti una rappresentanza diplomatica. L’aspetto migliore di tutto ciò è proprio quello di essere attivamente coinvolto e stimolato dai miei colleghi. E avendo ben presente l’esperienza di molti studenti italiani con i tirocini, sono grato di aver conosciuto delle persone così professionali.
In merito alla Turchia, il mio interesse è iniziato nei primi anni dell’università grazie ad un corso di Storia del Medio Oriente. La sua cultura, la sua storia e le relazioni privilegiate che legano la Turchia con l’Unione Europea hanno fatto il resto. Come ti dicevo, vivere in Turchia mi è sembrata la decisione più logica da prendere, visto che non penso abbia molto senso fare ricerca e studiare Paesi senza averli vissuti.

Qual è, secondo te, il ruolo della Turchia nello scacchiere internazionale?

Uno dei tratti più affascinanti della Turchia è il gran dibattito intorno alla sua identità sfuggente. Per molti è un demerito o una fonte di sospetto, per me è fonte di curiosità. La sua posizione geografica, nonché eredità storica, non la rendono veramente europea, così come non la rendono veramente un Paese mediorientale. La Turchia ha oggi un ruolo chiave per molti motivi. Sta affrontando crisi su più fronti: quella dei migranti, la guerra civile siriana, le tensioni con la Russia, la minaccia del terrorismo internazionale e gli scontri nel Sud-Est del Paese. Eppure ciascuna di queste crisi ci riguarda molto da vicino. Perché al di là delle questioni geopolitiche, la Turchia è uno dei principali partner commerciali dell’Italia, oltre ad essere un importante Paese di transito energetico.

Cosa ti manca di più dell’Italia?

Questa domanda è difficile. In realtà, appena arrivato a Istanbul, mi sono sentito a casa. La distanza culturale fra Turchia ed Italia, nel bene e nel male, non è così marcata. Quindi credo che risponderò con le cose più scontate per un italiano: la famiglia, gli amici, il cibo.