A Gravere il saluto a Tino Aime degli amici di sempre al funerale del Maestro di Bastia "Gli occhi. Lui ci ha prestato i suoi. Mostrandoci quello che, altrimenti, non avremmo visto"

Andrea Schmitz e il nonno Tino AimeAndrea Schmitz e il nonno Tino Aime

GRAVERE / BASTIA – Oggi la corona di montagne, dal Rocciamelone, al Lamet, al Giusalet, al Massiccio d’Ambin sorrideva al piccolo piazzale della Parrocchiale di Gravere dove gli amici di sempre, la sua grande famiglia, amministratori e tanti, tantissimi semplici abitanti del paese  si sono raccolti per salutare l’ésprit du lieu, il Maestro Tino Aime. Una cerimonia appena velata di tristezza, ma piena di gioia, di quella luce che Tino sapeva catturare come pochi altri artisti contemporanei. E che nella sua vita ha generosamente distribuito. Tutti quelli che oggi erano lì lo sanno bene.

La sua produzione artistica ha finito di crescere, la sua arte oggi è ancora più preziosa, ma ciò che che conta è che il patrimonio immenso che ha lasciato non ha tempo. Quel piccolo, ma gigantesco e forte Uomo, che ha catturato l’essenza di queste montagne e ci ha regalato immense emozioni e insegnato a coglierne lo spirito con umiltà. Dal suo nuovo laboratorio sopra le nuvole certamente starà già “dipingendo l’aria” con la delicatezza e la sensibilità di sempre.

Lo hanno ricordato Don Gianluca Popolla e un amico prete di Ivrea. E il vicesindaco di Gravere Mario Bonnet “Tino non era uno di noi, ha scelto di diventarlo, di venire a vivere e lavorare a Bastia. E’ diventato uno di noi. Ora noi siamo diventati un pezzo di lui grazie  a quello che ci ha insegnato e donato…”

Perché la “montanità” del roaschiese di nascita e poi del valsusino di elezione Tino l’aveva dentro. Non certo la mondanità che altri suoi colleghi ricercano e sfruttano, magari anche  rinnegando le proprie origini. Perché non fa… radical chic.  Quando tempo fa la Regione Piemonte gli propose di esporre a New York nell’ambito di un evento promozionale non ci fu verso di convincerlo. La sua mostra a Bruxelles – fu un successo, ma quasi dovetterlo trascinarlo per farlo andare fin lassù. Lui era così. Per questo lo ameremo sempre. Perché non solo era grande, ma era vero, sincero e puro in un mondo, compreso quello dell’arte, dove spesso volano sottobanco lunghi coltelli. Quelli che lui al massimo usava per offrirti un bicchiere e tagliare pane, toma e salame. Altro che vernissage al MoMa…

Le parole dell’amico e scrittore Giorgio Cattaneo – con il quale si era creato un legame artistico strettissimo – sono state lette in chiesa dalla figlia Paola Aime e dalla adorata nipote Andrea Schmitz e raccontano magistralmente il Maestro di Bastia.

 “Battista Aime. Per tutti, poi, Tino. 

Mio papà era nato con quel nome, Battista: come se fosse una premonizione, un destino. Una chiamata,  alla  quale è impossibile sottrarsi. Il battesimo è un rito di iniziazione. Muore la vecchia vita. Si nasce a una vita nuova. Chi ti battezza è qualcuno che ti apre gli occhi, per mostrarti quello che solo lui vede. In questo, papà è stato veramente maestro. Dare nuova vita alle cose – tutte le cose. Le cose naturalmente restano le stesse. Montagne, case, fiori, finestre, nevi. Quello che cambia, di colpo e per sempre, sono gli occhi di chi le guarda.

Gli occhi. Lui ci ha prestato i suoi. Mostrandoci quello che, altrimenti, non avremmo visto. Quello che c’è, ma non si vede – non si vede, ma c’è.  Sapeva dire tutto, con pochissimo. I suoi erano telegrammi, sempre importanti. Se qualcosa non era importante, non usciva dalla sua bocca.

Preferiva ascoltare. In questo mondo chiassoso e affollato di futilità, lui stava come un eremita. Scettico, perplesso. Amaro, anche. Ma senza lasciare che l’amarezza parlasse da sola. Preferiva sempre traslocare altrove i pensieri, stemperandoli nella grazia delle forme, dei colori.  Forme e colori nutriti di una consapevolezza dolente, ma in ogni caso sottomessa al mistero del loro splendore: la bellezza inesauribile – e inspiegabile – che governa il tutto. Di questa bellezza, lui è stato al servizio, fino alla fine. 

Conosceva  la nostra  vera casa, quella che abitiamo  soltanto in sogno. E’ una casa bellissima, dove il tempo non esiste. E’ un posto speciale, in cui il tutto e il niente coincidono, sono la stessa cosa. E’ un luogo inviolabile, sacro, dove il minuscolo pettirosso può diventare la creatura più importante dell’universo. 

Da quel mondo parallelo, a volte cadono stelle. Ne coglie il transito l’artista, che è un po’ un collezionista di stelle cadenti. Le vede, le intuisce, le sente. Riesce a tracciarne la scia, a evocarne il passaggio celeste. Lo dipinge, lo incide, lo scolpisce. 

Lui non ha fatto altro, da quando è nato. Lo ha visto, quel posto. Ci è stato. Conosceva la strada. E ogni volta era come un battesimo: nuovi occhi, per scoprire l’anima segreta di ciò che ci circonda. L’infinito spettacolo del vivente. 

Un giorno anche noi entreremo – da svegli, finalmente – nei nostri sogni inaccessibili, nel regno della felicità sovrumana. E ci entreremo più leggeri, ricordando – con gratitudine – la grandezza di chi ha saputo svelarci che la meraviglia abita ovunque, se solo si impara a vederla.

Ci sono maestri che non parlano, non spiegano. Sono timidi, ritrosi. Semplicemente, giorno per giorno, in silenzio, espandono il loro esistere, la loro coscienza, il loro amore ruvido e complicato per la vita. E’ il loro grande segreto. Si può imparare qualcosa soltanto guardandoli, osservando quello che fanno. La loro scuola, la loro generosità amorevole, consiste nel lasciarsi osservare da vicino.

Hanno il candore dei bambini. La pulizia dell’aria quando cade la neve”.

Tino Aime, la moglie Giuse con la figlia Paola e la nipote Andrea

Tino Aime, la moglie Giuse con la figlia Paola e la nipote Andrea

E le sue ceneri, anzi Tino, dalla chiesa è uscito fra le braccia della nipote Andrea, sorridente e colpita da un raggio di quella luce che il nonno deve avergli trasmesso quando poco più di un fagottino se la coccolava fra le braccia, felice come non mai, per tornare a casa, a Bastia, fra le sue opere sparse fra il giardino, le stanze il suo laboratorio. Una galleria d’arte in parte a cielo aperto che guarda le sue montagne.

E come lui avrebbe voluto, come sempre ha fatto, la moglie Giuse, Paola e Andrea le sue donne hanno accolto gli amici sul prato della casa-galleria d’arte. Ci si è raccontato storie, si è bevuto e si è goduto della consueta ospitalità della loro casa. Una festa con tanto di un paio di coretti. Perché di Aime dobbiamo essere felici e grati per le emozioni che ci ha regalato, che ci ha dato, anche ora che ci guarda da lassù.

Ci sarà ancora un po’ tempo per pensare a come il territorio e le sue amministrazioni possano – e devono farlo, guai a loro se non sarà così – ringraziare Tino e rendere patrimonio di tutti l’opera del Maestro di Bastia, della Valsusa.

L’appuntamento è per il 22 Luglio al Salone Sicheri a Gravere per l’inaugurazione della Mostra “Vorrei dipigere l’aria” l’ultima personale di Tino Aime

Inaugurazione 22 luglio ore 16.00 e presentazione del Libro “Vorrei dipingere l’aria”, dedicato all’artista a cura di Valter Giuliano

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