I Presidenti delle Unioni Montane a confronto Entro il 31 dicembre devono essere chiuse le vecchie Comunità Montane

uncemtounioni

Vittime sacrificali soprattutto della campagna sugli Enti inutili messa in piedi mediaticamente dai giornalisti Rizzo e Stella con il libro “La casta” le Comunità Montane – che magari saranno anche state messe in piedi in qualche area della Puglia marittima, ma che in Piemonte avevano funzionato piuttosto bene come collante amministrativo del territorio e luogo dove sviluppare progetti condivisi di area, in particolare utilizzando i fondi UE, sono da considerarsi estinte. Purtroppo dalle loro ceneri le Unioni Montane sono nate in modo non omogeneo e frammentato, secondo le capacità delle singole Valli di fare sistema e superare controversie personalistiche e politiche locali , rendendo vano un processo di loro riordino che già le aveva piuttosto scombussolate. Per cui ora avremo territori come la Valsesia che – giustamente – resta una unica Unione da Alagna a Borgosesia e altre composte da pochi Comuni. La stessa Valle di Susa ne è un esempio, dove nemmeno l’Alta Valle di Susa è riuscita a ricomporsi in una sola Unione, divisa fra Unione Via Lattea e il resto dei Comuni. Ora le Unioni di Comuni sono 50  contro le 22 Comunità Montane dell’ultima riforma. L’incontro del 6 dicembre presso l’UNCEM, fra Unioni e vertici regionali è stato un pomeriggio di ocnfronto su finanziamenti regionali, piani di sviluppo, capacità progettuale, gestione del personale degli enti, funzioni associate. L’Assessore Regionale alla Montagna Alberto Valmaggia è stato chiaro: “La vostra sfida principale sarà ricomporre un sistema che si è autoframmentato per scelte locali discutibili anche in micro-Enti. Dimostrando di saper sostenere gli sforzi di ripresa economica, elevando la capacità di progettazione degli  obiettivi in contenuti, utilizzando bene i fondi UE che non siano fondi strutturali.  Le Unioni devono essere vere, non solo messe sulla  carta, fare veramente l’unione di servizi tra i Comuni.   Il futuro sono le Unioni che sono anche il perno dei Gruppi di Azione locale, i GAL, i quali gestiscono già fondi UE attraverso il PSR e sono un esempio positivo di motore locale fra pubblico e operatori economici privati. Con la fine dell’anno chiuderemo le Comunità montane, approvando i piani di riparto e lasciando alcuni ‘uffici stralcio’ per poche situazioni complesse. Abbiamo poi l’esigenza di spendere bene e velocemente i fondi Ato per la protezione delle fonti idriche e la tutela dell’assetto idrogeologico. Il piano di interventi dal 2016 sarà triennale e mi auguro le Unioni abbiano un tecnico all’interno per fare la progettazione in economia. Sullo sviluppo, le Unioni devono avere una visione complessiva del territorio e capire dove attingere i finanziamenti”. “Sul bilancio di assestamento abbiamo risolto alcune situazioni complesse – ha poi concluso l’Assessore al Bilancio e Vice Presidente Aldo Reschigna – Sul bilancio 2016 copriremo le spese di personale del sistema delle Unioni montane inserendole nelle spese obbligatorie. Servirebbero  regole più chiare a livello nazionale – ha ribadito – la gestione associata non si può costituire su base volontaria, che è un modo per creare cittadini di serie A e serie B o C, a seconda di chi li governa… Come Regione individueremo un fondo rotativo per sostenere le buone progettazioni. Dobbiamo ad esempio utilizzare l’Ires. Dobbiamo ricomporre gli obiettivi di un unico sistema territoriale per massimizzare i risultati. Mettiamo insieme tutte le competenze che ci sono in Regione ed eleviamo la capacità di progettazione. Le ‘aree interne’ pilota diventino laboratori in questo senso”. Nonostante gli sforzi però il “pastrocchio” delle Unioni sta davvero creando penalizzazione verso quelle terre alte dove gli amministratori locali non sono riusciti a comporre una suddivisione territoriale con una logica, almeno la più banale, che partisse dagli assi vallivi, cosa in Piemonte piuttosto facile, tutto sommato. Anche se ovviamente molti amministrato lamentanto che le Unioni nascono prive di personale, avendo ridistribuito lo stesso sui Comuni, e di risorse. Grande attenzione è stata posta da numerosi presidenti intervenuti sulla strategia delle Green communities e sulla necessità di lavorare, con i fondi UE disponibili, per colmare il digital divide portando nuovi servizi alla pubblica amministrazione e ai cittadini.

Lo stesso Lido Riba– anima dell’UNCEM, lo ha ribadito: “Il fondo montagna 2016 dovrà essere in linea con quello 2015, cioè di 12 milioni di euro. Dobbiamo poi avere una forte sinergia tra Unioni e GAL, non sempre oggi compiuta e in alcuni territori purtroppo complessa. Al 31 dicembre 2015 le Comunità montane devono essere liquidate, chiuse. Per favore non prolunghiamo il lavoro dei Commissari. Come UNCEM aiuteremo le Unioni a spendere bene le risorse disponibili per incentivare le gestioni associate. E non siamo d’accordo con chi a livello nazionale chiede ulteriori proroghe. Noi ci siamo, il Piemonte c’è e va avanti dando l’esempio ad altre Regioni”. L’impressione però è che per la frammentazione dei troppi micro Comuni , specie montani – e il Piemonte ne ha centinaia sotto i 500 abitanti – in tempi di razionalizzazione delle risorse e tagli prima o poi verrà colpita dalla spada di Damocle di una cancellazione ex lege, con obbligo di formare Enti di almeno 3/5.000 residenti. Nei quali vi sia un minimo di csapacità degli uffici di fornire efficenti servizi. L’UNCEM da sempre difende a spada tratta i campanili, anche facendo valere esempi di eccellenza. Ma questa delle Unioni è una possibilità di iniziare in autonomia a dare migliori servizi ai cittadini attraverso la gestione comune dei servizi. E le resistenze sono fortissime. Devono solo sperare aziende e cittadini di essere amministrate da eletti  con una visione strategica per avere possibilità di far crescere i loro territori? O è possibile una scelta diversa individuante unità amministrative minime funzionali? Vedremo.