Il generale a spasso per l’Italia Giorgio Blais

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SUSA – Sono andato a Susa nel quartiere medioevale che nacque al di là del fiume Gelassa. Qui viveva la nobiltà segusina che staccatasi dal nucleo centrale, affollato e chiuso nelle mura, aveva trovato spazio. Sono atteso nella casa della famiglia Vallero. Allo scoppio della grande guerra di quella famiglia partirono due fratelli come ufficiali. Il più grande Valerio tenente degli alpini morì in battaglia nel 1915 sul Monte Nero. Questo episodio entrerà nella storia, e nell’epica alpina, come una delle più avvincenti e gloriose della guerra. L’altro fratello Gustavo morirà nel 1916 con i suoi fanti nel grande macello del Carso. La via dove c’è la casa di famiglia,  in loro onore cambierà si chiama via fratelli Vallero. Fu un ufficiale di carriera a sposare una zia degli eroi e proseguì così con il nome di Blais la famiglia di militari. Il generale dei Carabinieri Giulio ebbe un figlio Mario, generale dei Granatieri, che ebbe due figli Valerio, generale di Cavallaria, e Giorgio generale degli alpini. Insomma in famiglia Blais brillano più stelle che in una notte di San Lorenzo. Eccomi con il generale, una persona composta con un turno di voce sicuro e suadente, la sua compostezza e la sua fermezza traspaiono dalla posa.  Mi racconta la sua carriera militare chiedo. Dopo aver frequentato il liceo Tasso a Roma, città nella quale mio papà era in servizio, sono entrato all’Accademia Militare di Modena. Poi sono tornato in Piemonte alla scuola di Applicazione di Torino ed uscito con il grado di tenente ho cominciato la carriera nel corpo degli alpini. Un via vai tra comandi. Sono stato in diversi siti operativi ed uffici comandi a Roma. Ed è arrivato il congedo. Una tappa della vita terminata  con il grado di Generale di Divisione così mi sono dedicato ad altre attività ed altri studi. Il generale ha portato la sua esperienza nel campo del diritto umanitario pubblicando svariati articoli su riviste nazionali ed internazionali. Con mia grande sorpresa ho scoperto che è stato per lunghi anni collaboratore sul giornale di Montanelli di cui io, negli anni del mio liceo, ero assiduo e coraggioso lettore in un periodo in cui farsi vedere con “Il Giornale” sotto braccio nella rossa Torino era rischioso. La curiosità è propria del generale così come la voglia di approfondire, dove ha integrato gli studi non prettamente militari? Ho conseguito il diploma universitario in metodologia della documentazione che ho insegnato presso l’Istituto Italiano di Pubblicismo. Sono anche membro  dell’Istituto Internazionale di Diritto Umanitario. Quindi si è specializzato sul tema internazionale dei diritti? Si ho avuto l’onore di partecipare attivamente a grandi negoziati sulla sicurezza a Stoccolma, Vienna ed Helsinki poi come direttore del Centro Regionale della sicurezza  e cooperazione europea sono stato in Bosnia Erzegovina dal 2003 al 2009. Oltre alla rutine militare e le grandi esperienze estere il generale è stato protagonista di un’avventura insolita: la marcia dal Rocciamelone all’Etna. Come è nata l’idea? Passeggiando a Carfù, dove mia moglie ha una villa, tra i secolari ulivi ho pensato di darmi un obiettivo uno scopo da perseguire. Così piano piano ho cominciato ad elaborare il proposito di percorrere tutta l’Italia a piedi da nord a sud da solo. Perché solo? Per essere solo con me stesso ed avere il tempo per riflettere, meditare e, perché no, pregare.  Scusi, ma quanto ha camminato? Esattamente 1691 chilometri in 42 tappe per cinquanta giornate di marcia. Che giorno è partito e da dove? Il 16 giugno 2000, l’intenzione era partire dalla vetta del Rocciamelone, poi il tempo cattivo mi ha consigliato Cà d’Asti dove don Trappo, che avrebbe voluto partecipare anche lui alla camminata, mi ha benedetto. Quella data era importante per più motivi. Il 16 giugno del 1915 venne conquistato il Monte Nero e sempre il 16 giugno si festeggia il battaglione alpini Susa. Quando è arrivato sull’Etna? Il 5 agosto, festa della Madonna del Rocciamelone, ero arrivato dall’altra parte dell’Italia. L’incontro tra un racconto e l’altro è trascorso velocemente, troppo. Così ci lasciamo con l’intento, anzi la promessa, di ritrovarci a breve, confido nel fatto che essendo lui un alpino le sue promesse non siano da marinaio.