Il redivivo Leonardo Di Caprio all’inseguimento dell’Oscar con “Revenant”

Leonardo Di Caprio

DI CAPRIO insegue l’Oscar tra i ghiacci e le nevi del Grande Nord Americano, restando, a un mese dall’uscita, inossidabile nelle sale con il controverso, ma sicuramente emozionante Revenant. Ispirato alla storia del cacciatore di pelli Hugh Glass, ripresa anche nel romanzo di Michael Punke, l’ultimo film di un regista eccentrico come il messicano Inarritu porta gli spettatori a toccare con mano l’essenziale: la lotta per la sopravvivenza e il contrasto tra l’uomo e una natura insieme materna e matrigna. Il Glass interpretato da Di Caprio, nel 1822, percorre tremila miglia nel deserto innevato del nord America, sopravvivendo, da buon eroe epico, alle condizioni più estreme, a iniziare dall’attacco di un grizzly che lo riduce in fin di vita, squarciandogli la gola, il cranio, la schiena. In punto di morte, Glass conosce l’onta del tradimento e, riuscendo miracolosamente a sopravvivere, cerca vendetta. L’atmosfera strizza l’occhio ai toni epici già visti in altre pellicole recenti: dalla lotta dell’uomo contro la natura di “In to the wild” all’insaziabile sete di vendetta del “Gladiatore” con Russel Crowe, fino alle visioni mistiche, i sogni, i ricordi propri dei poemi classici. A differenza degli altri, però, Revenant non fa volare lo spettatore tra i sentimenti e i valori migliori, ma al contrario lo sprofonda tra l’odore del sangue, del fango, del gelo. Un film di contrasti, di ossimori, che oscilla tra le tinte fortissime della neve e del fuoco, della vita e della morte, della bellezza estrema dei paesaggi e del sudiciume della condizione umana, dell’onore e del tradimento. La visione non può lasciare indifferenti: la recitazione quasi tutta muta di Di Caprio fatta di sguardi, grugniti, bava alla bocca, strisciamenti, urla, stravolgimenti insegue senz’altro un Oscar da tempo negatogli. Così come la splendida fotografia che ritrae una natura incontaminata e letteralmente mozzafiato. La narrazione non lascia indifferenti anche per la lentezza della storia che trascina lo spettatore in un tour de force simile a quello vissuto dal protagonista, sino al duello finale con l’avversario, in perfetto stile western. Da notare anche la scena d’apertura con la cruentissima battaglia tra cacciatori di pellicce e indiani, che ricalca il realismo dello “Sbarco in Normadia” di Spielberg. Un film per palati forti, quindi, che propone un Di Caprio inedito, ben diverso dal cliché del bellissimo delle sue più celebri pellicole, da “Titanic” al più recente “The wolf of Wallstreet”.