[SPECIALE] Intervista al regista Marco Ponti sul set al Moncenisio Il regista aviglianese questa settimana è in Valsusa per girare il nuovo film "Vita Spericolata"

Il regista Marco Ponti e un momento delle  riprese lungo la strada del MoncenisioIl regista Marco Ponti e un momento delle riprese lungo la strada del Moncenisio

BAR CENISIO (VENAUS) – Marco Ponti. Un nome, una storia. E’ un regista e sceneggiatore aviglianese, spiccato nel mondo del cinema nel 2001 con la sua opera prima, Santa Maradona, un capolavoro  che gli è valso all’esordio il David di Donatello, l’Oscar italiano. Da allora di strada e strade ne ha percorse tanteHa lavorato anche a Los Angeles e i suoi film sono stati visti e tradotti a livello internazionale. E’ conosciuto anche per avere curato i video musicali di artisti di alto calibro, come Vasco, Jovanotti e per ultima Emma. Al momento sta lavorando a un suo nuovo film, girato tra la Valsusa e il Salento.

Siamo andati a trovarlo ieri in tarda mattinata durante la pausa dalle riprese del suo nuovo film Vita spericolata, a Bar Cenisio, presso il Bar Ristorante De Gustibus, dove la troupe è in pausa pranzo. Lacoste nera, jeans, barba curata, cuffie – interfono al collo anche in pausa pranzo;  ci regala mezz’oretta del suo tempo, contatissimo, mentre sbuccia ancora una pesca e poi prendiamo insieme un lungo caffè.

Bentornato a casa Marco. Cominciamo parlando un po’ del tuo mestiere. Come e quando ti sei approcciato al mondo della cinematografia?

“E’ una passione che ho fin da quando ero bambino. Ho sempre saputo di voler diventare regista, e prima ancora scrittore. Quello verso il mondo del cinema è un desiderio sfrenato, una vera vocazione che senti dentro da sempre, e che non puoi contenere. Purtroppo il lavoro dello sceneggiatore non è assolutamente facile: il tempo impiegato alla stesura di un testo può variare da sei mesi a tutta la vita, e non è detto che per i produttori il tuo lavoro valga. Prima di riuscire a veder su pellicola il mio primo film mi sono visto chiudere in faccia tante porte ricevendo la maggior parte delle volte solo pernacchie. Poi trovi il produttore folle per la tua idea, et voilà, è uscito  nel 2001 Santa Maradona”. 

Sei partito dalla Valsusa, e ora – intorno ai 50 anni – sei un regista apprezzato, di fama internazionale; un artista poliedrico a tutto tondo. Qual è il segreto del tuo successo? 

“A dir la verità credo proprio che l’essere nato lontano dalle grandi città mi sia stato di grande aiuto. E’ un vantaggio crescere in un ambiente che ti porta a compiere grandi sacrifici per arrivare ai traguardi. Sei più stimolato ad agire, a metterti in gioco. Ma alla base di tutto c’è l’amore che provi per quello che fai: il cinema o lo ami o non ce n’è. L’innamoramento è alla base del successo di un lavoro, specie per quello del regista che molto spesso si ritrova a dirigere un film senza aver lontanamente idea di quello che ne verrà fuori. E’ ogni volta un salto di vuoto, e o sei innamorato davvero di quello che stai facendo, o altrimenti cadi male in partenza e non reggi lo stress. Io quando sono in pausa pranzo penso costantemente a quando finirà, per tornare sul set a lavorare. Purtroppo – ma non è il caso di questa troupe con cui in soli due giorni già ci stiamo divertendo insieme a lavorare – anche in questo mondo c’è chi lavora aspettando tutto il tempo la pausa pranzo”.

Oltre a essere regista, hai avuto modo di lavorare anche come sceneggiatore di spettacoli teatrali, di documentari (La Luna di giorno – Un ritratto in movimento, dedicato a Jovanotti), di videoclip musicali come Quando le canzoni finiranno di Emma e Il mondo che vorrei di Vasco Rossi. Cosa ti hanno lasciato queste esperienze e come riesci tuttora a sfruttarle nei tuoi progetti cinematografici? 

“Innanzitutto ho sempre e soltanto accettato lavori in cui potessi vederci dentro un po’ di cinema. Altrimenti sarebbe come fare pranzo in un ristorante e mangiare solo in contorno, no? Bisogna sempre avere in mente la visione di un lavoro nella sua totalità. Ma più di tutto queste esperienze ti portano a conoscere persone nuove che lasciano sempre qualcosa al loro passaggio. Ho avuto modo di collaborare con Emma e con Vasco, ed entrambi sono due persone ottime. E Lorenzo è fantastico”.

A proposito di Vasco Rossi, il titolo del film è un omaggio alla rock star emiliana?

“Sì e no, non è un omaggio voluto. Vasco ha inevitabilmente coniato una locuzione talmente geniale da diventare un modo di dire conosciuto e usato da tutti. ‘Vita spericolata’ contiene in sé già tutto il film, già tutta l’anima e l’intreccio su cui si snoda l’intera vicenda. E per chiarire, non so nemmeno se diventerà la colonna del sonora del film. Le musiche certamente saranno rock, il film sarà molto rock&roll. Per le musiche mi sono affidato a un compositore di Los Angeles con cui ho già avuto modo di lavorare e con il quale mi sono trovato molto bene. Ma non è detta l’ultima parola, d’altronde spesso mi sono rivolto a cantanti italiani per il soundtrack, come Alessandra Amoroso in “Io che amo solo te“, o precedentemente i Subsonica, in particolare  Samuel,  in Santa Maradona”.

A cosa è dovuta la scelta di girare alcune scene nella tua terra d’origine e dove da un po’ sei tornato a risiedere? C’è di mezzo il volere dei produttori, l’aiuto di Film Commission Piemonte, o hai avuto carta bianca, visto che il film l’hai scritto tutto tu?

“No, ho scelto io fin dalla scrittura questa location. Sono scelte affettive che ho fatto personalmente. La Valsusa è casa mia, e la Puglia lo è stata per tre anni. Sono molto legato a queste due terre, hanno panorami e paesaggi fantastici che tendo a valorizzare il più possibile nei miei film. E poi questa storia on-the-road attraverserà tutta l’Italia dal nord-ovest estremo, ai confini francesi, alla punta sud-est, nel tacco dello stivale.”

Parliamo ora del cast, di come l’hai scelto e del rapporto che hai con gli attori e con l’intera troupe. Sei uno di quei registi hollywoodiani antipatici e cattivi?

“Ho voluto un cast giovane, e bello da vedere. Diciamo pure “figo”. Puntando ad un pubblico under 30 era inevitabile una scelta di questo tipo. Per le comparse si è occupata invece Sara Patti, che ha privilegiato nel lavoro di casting, persone, volti, tutti scelti sui territori.  Non sono un regista cattivo, ma gli attori vogliono essere guidati il più possibile. Penso sia importante, parlo per il mio ambiente di lavoro, stare in un clima sereno. Scusate la ripetizione, ma ci tengo a ribadire che l’amore per quello che si fa deve stare alla base di tutto. Si crea di conseguenza un’atmosfera collaborativa quando serve, ma in grado di gestire e sdrammatizzare anche le situazioni più critiche. E poi non dimentichiamo che senza gli attori il mio film sarebbe uno sfondo e basta. Devo tanto a loro, e provo a stimolarli nel migliore dei modi”.

Quanto dura all’incirca il lavoro che c’è dietro la produzione e post-produzione di un film come questo? Gli attori lavorano in presa diretta?

“Il tempo minimo di realizzazione è di dieci mesi: sei mesi di tempo per la sceneggiatura, due mesi massimo di riprese, e c’è anche da tenere in conto il lavoro di post-produzione, che non può durare meno di quattro mesi. Alla fine è più il tempo impiegato “dietro le quinte” che l’effettivo lavoro di recitazione. Sì, giriamo in presa diretta. Proprio per questo, come dicevo, è davvero importante sin dai primi giorni di lavorazione entrare in sintonia col cast, in particolar modo con gli attori protagonisti”.

Quest’anno compi 50 anni. L’esperienza che hai accumulato con il passare degli anni ti dà maggiore sicurezza sul set?

“Sarebbe un problema se fosse effettivamente così. Il regista vive di dubbi e di incertezze costanti. Deve essere pronto a gestire ogni problema, deve essere consapevole che le cose non andranno mai come aveva pianificato. Ogni nuovo film è un nuovo inizio. Ogni nuovo film è un’opera prima. Tutto quello imparato e appreso prima viene accantonato e messo da parte, per mettersi nuovamente in gioco partendo da zero. Il regista è costantemente esposto alla paura del neofita, mista a un’esperienza che puntualmente non si tiene in considerazione. E’ un lavoro complesso, penso l’unico nel quale l’avere certezze voglia dire necessariamente stare andando a sbattere contro un muro. Ma forse questo è il bello del mestiere: dover ritrovare ogni volta l’entusiasmo del debuttante, anche a 50 anni ormai”.

Marco Ponti è riuscito in un’intervista di mezz’ora a trasmettere anni e anni di amore coltivato e nutrito per questo lavoro. Carismatico, sincero e devoto al mondo del cinema, il regista e sceneggiatore di Avigliana riesce tutt’oggi a mettere al primo posto la sua grande passione: i compensi, il successo, la notorietà passano del tutto in secondo piano e quando parla del suo mestiere i suoi occhi brillano di un’energia intensa, che riesce ad arrivare dritta al cuore di chi lo ascolta.
E siamo sicuri che questa sua grande energia riuscirà a trasmetterla pienamente in questo nuovo film, in cui sta mettendo anima e corpo.