La Cassazione cancella la sentenza di appello di condanna a Daniele Ughetto Piampaschet I giudici ordinano però il reinvio ad un nuovo dibattimento del caso dell'omicidio della prostituta nigeriana di cui è accusato

Pianpaschet

GIAVENO – Si rifarà il processo d’appello a carico di Daniele Ughetto Piampaschet che resta accusato dell’omicidio della giovane “lucciola” nigeriana Anthonia Egbuna trovata morta nel Po nel 2012. La Suprema Corte ha infatti ordinato il reinvio del dibattimento davanti ad un’altra Sezione della Corte d’Appello di Torino, annullato la sentenza del 2015 che lo aveva condannato a 25 anni e mezzo di reclusione ribaltando l’assoluzione ottenuta in primo grado.

La storia è nota alle cronache, il giovane, abituale frequentatore di prostitute africane, di fatto, aveva raccontato nelle bozze di un suo libro una vicenda corrispondente alla tragica fine della donna, uccisa  nella realtà con 20 coltellate, scomparsa  a novembre 2011 e il cui cadavere er aricomparso nel Po a San Mauro Torinese a febbraio dell’anno successivo. Gli inquirenti erano arrivati a lui grazie alle ricostruzioni delle conversazioni telefoniche fra i due e alle testimonianze. Una vicenda complessa perché l’aspirante scrittore, non occupato, laureato in filosofia, per le donne di colore ha una autentica passione, che va oltre le frequentazioni di tipo sessuale. Ha avuto relazioni di lungo periodo con alcune di  loro, conosceva bene la ragazza, e per lei, come per altre, ha dichiarato in tutte gli interrogatori che cercava di strapparle alla strada. Ma la coincidenza che nel suo romanzo, trovato nel corso delle perquisizioni, in un capitolo intitolato “La morte della sirena”, una ragazza di colore di nome Anthonia finisca nel fiume uccisa a coltellate, insieme ad altri vari indizi, lo porta a processo.

Piampaschet – che non è sottoposto a nessuna misura di prevenzione, salvo il divieto di espatrio – è difeso dal primo giorno dall’Avvocato Stefano Tizzani, convinto della sua innocenza sempre proclamata dal suo assistito anche in aula:  “Non avevo motivo di farle del male. E non ne sarei nemmeno stato capace”. Tizzani con un meticoloso lavoro sui tabulati e altre testimonianze in primo grado – in mancanza della “pistola fumante” era riuscito a farlo assolvere. E più volte aveva invece sollecitato gli inquirenti a guardare in direzione diversa, cioò nel mondo delle “maman” e dei papponi nigeriani che schiavizzano le giovani connazionali. Sentenza  di primo grado ribaltata in appello e ora cassata, ma con reinvio. “Ripartiamo da una sentenza di assoluzione” ha commentato con soddisfazione il legale giavenese.