La ladra di Giaveno di Milo Julini

giallo giaveno

TRANA – Nella tarda serata del 1° aprile 1856, lungo la strada che collega Trana a Giaveno, in territorio di Trana, nella regione dei Mareschi vicino alla borgata le Pagliere, un carro carico di mattoni condotto dal fornaciaio Vittorio Imperor, a causa del buio della notte, travolge il vecchio Giuseppe Ughetto Monfrin, che giace a terra svenuto. Giuseppe Ughetto Monfrin, che conta ben sessantotto anni, per l’urto della ruota del carro, subisce una contusione alla scapola sinistra con frattura di una costola. Ughetto appare inoltre malconcio e graffiato in faccia e, ai suoi soccorritori, racconta che prima di essere investito dal carro, è stato aggredito e derubato da una giovane donna. Questa lo ha avvicinato a Trana e, verso le sette del pomeriggio di quel 1° aprile, lo ha ferito e percosso, causandogli varie graffiature e contusioni sul viso con una pietra, per lasciarlo poi a terra, privo di sensi, nel punto dove è stato poi travolto dal carro. La donna lo ha depredato di ventisette lire e cinquantacinque centesimi, somma formata da una mezza doppia di Savoia e da tante monete da quaranta, venti, cinque centesimi, contenute in due borse di pelle di gatto. Inoltre gli ha preso una tabacchiera e un coltello, del valore complessivo di tre lire e sessantacinque centesimi.

Cherchez la femme.  Il 3 aprile 1856, a Piossasco, viene arrestata una donna: è Felicita Dalmasso, contadina nubile e analfabeta di ventiquattro anni, nata e residente a Giaveno, nella borgata Dalmasso. È giovane, ma il ritratto che ne fa la giustizia non è entusiasmante: donna di malaffare, rotta ad ogni vizio e capace di qualsiasi cattiva azione. Felicita Dalmasso è sospettata della aggressione a Ughetto Monfrin. Pesano a suo carico questi addebiti: nelle vicinanze di Trana, ha rimorchiato Ughetto Monfrin, anche lui di Giaveno, e, benché non si conoscessero, lo ha convinto ad andare in un caffè a bere insieme un bicchiere di liquore. Al caffè, la donna si è accorta che Ughetto possedeva  del denaro, perché lo ha visto cambiare una doppia di Savoia con una mezza doppia e con monete da quaranta e venti centesimi. Aveva evidentemente pensato di portargli via il denaro, visto che si era data da fare per entrare in confidenza con lui e, soprattutto, per farlo ubriacare: gli aveva fatto bere molto brandven e si sa che “Fomne e vin a ancioco ël vej e ël picin (donne e vino ubriacano il vecchio e il piccino)”, come dice il proverbio. Gli inquirenti ritengono che il buon vecchio si sia lasciato accalappiare dalla scaltra donna, anche se noi non ci sentiamo di mettere la mano sul fuoco che fosse davvero così ingenuo e che magari Ughetto non avesse sperato in  una botta di vita. I testimoni li hanno visti uscire e avviarsi insieme in direzione del luogo dove Ughetto è stato poi trovato ferito in faccia. Felicita non ha tardato a tornare indietro e, per sottrarsi alle ricerche, è salita su di un carro diretto a Piossasco e condotto da una donna, alla quale ha chiesto di non dire nulla se l’avessero interrogata. Giunta a Piossasco, Felicita ha ricompensato generosamente con denaro la sua accompagnatrice, poi ha preso alloggio per due giorni all’albergo del paese, dove è stata arrestata. Ha sempre pagato con le monete che Ughetto aveva ricevuto in cambio della sua doppia di Savoia, ritengono gli inquirenti, perché quando Ughetto pagava il conto del liquore bevuto in Trana, Felicita diceva di avere soltanto un soldo, vale a dire cinque centesimi. Il mattino dopo il suo arrivo, Felicita, nel locale dove dormiva a Piossasco, ha cercato una mezza doppia di Savoia, che diceva di avere perso. Sempre a Piossasco, nel prendere denaro da una borsa di pelle, Felicita ha tirato fuori un pezzettino di carta, con ogni probabilità quello in cui l’Ughetto – secondo una abitudine molto diffusa nelle classi popolari – ha avvolto la mezza doppia di Savoia ricevuta nel caffè di Trana. Alla conclusione dell’istruttoria, Felicita, anche se ha sempre negato ma con scarsa coerenza nelle risposte, è accusata di grassazione, cioè di depredazione accompagnata da violenza, uno dei reati più gravi del Codice penale dell’epoca.

Conchiudenti indizi. Felicita è processata nel dicembre dello stesso anno a Torino, dalla seconda classe criminale della Corte di Appello, presieduta dal conte e commendatore Giambattista Schiari. Il dibattimento non riserva sorprese: Felicita persiste nel suo atteggiamento incoerente e viene sistematicamente smentita. Ughetto Monfrin, per contro,  brilla, per il contegno tenuto all’udienza: appare uomo sincero, retto e meritevole di fiducia in tutte le sue dichiarazioni al riguardo della depredazione e  delle percosse sofferte dalla donna. I «conchiudenti indizi» non lasciano così ai giudici nessun dubbio sulla colpevolezza di Felicita. La loro ultima considerazione concerne il reato da lei commesso: è sicuramente una grassazione, però le ferite inferte a Ughetto non costituiscono un crimine, ma soltanto violenze; inoltre non si può addebitare all’imputata le contusioni alla scapola riportate per l’investimento del carro, perché sono avvenute dopo la sua aggressione, per un fatto accidentale. Così il 20 dicembre 1856, Felicita è condannata a quindici anni di lavori forzati, a dieci anni di sorveglianza speciale della polizia, ad indennizzare Ughetto e alla spese processuali.

Felicita Dalmasso rappresenta un caso assai singolare nel panorama criminale del tempo. Non ha commesso uno di quei reati, anche gravissimi, ma pur sempre legati alla sfera femminile, perché più o meno direttamente connessi all’adulterio, come l’infanticidio o l’uccisione di una rivale in amore o del marito, magari in complicità con l’amante. Per quel che ne sappiamo, è stata l’unica donna a eseguire una grassazione da sola, in prima persona, senza un complice maschile: una figura decisamente fuori dagli schemi criminali dell’epoca.Questo non può che farci piacere perché di Felicita Dalmasso, visto il cognome e il luogo di origine, potremmo dire i soma fin-a ‘ncora ‘n pòch parent.