La mostra “Mille chiavi per una porta” alla Certosa di Collegno Dal 24 giugno al 31 luglio tutti i fine settimana

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COLLEGNO. Apre venerdì 24 giugno la mostra “Mille chiavi per una porta” alla Sala delle Arti nel Parco d lla Certosa a Collegno. Una mostra personale dell’artista Francesco Blaganò che dopo 25 anni torna con una rinnovato zelo artistico in questo luogo. Esposizione certamente singolare per vari motivi, il tema dell’autore è fortemente spirituale. In altri tempi la pittura di Blaganó ha toccato profondità umane, spirituali o mistiche guardando a molte culture, oggi abbracciando la cristianità evangelica propone opere dai contenuti fortemente biblici. Spesso scritturali ma anche testimonianza di una fede alltrettanto viva che ha trovato il suo modo di esprimersi nell’arte contemporanea. Il testo critico del catalogo a cura di Edoardo Di Mauro sottolinea l’integrità dell’autore nella sua opera che dice “fortemente contemporanea “. Il Comune di Collegno appoggia volentieri questa operazione seppur specifica dell’artista con una nota che sottolinea il valore culturale di questa mostra, assegnando all’esposizione un periodo non breve 24 Giugno 31 Luglio per permettere a molti una visita alla galleria edificante e gratuita. Dipinti, sculture, istallazioni, e sopratutto disegni che ripercorrono come un diario ben scandito l’esperienza artistica e di fede. Insomma il visitatore non resterà deluso se passeggiando nello splendido parco cercherà conforto alla calura estiva nella galleria.

Ecco co sa ha scritto Di Mauro. “Presentando , nel 2011, una precedente personale di Francesco Blaganò, presso la Torre Medioevale di Almese,  sostenevo che, essendo giunti ad un punto di apparente non ritorno nel percorso di secolarizzazione della società, gettando uno sguardo profondo sulla contemporaneità artistica, si possono notare vari spunti, diverse personalità, che denunciano l’esigenza di un ritorno del sacro nel panorama dell’arte. Questa mia convinzione ha trovato conferma negli anni successivi, sia in termini generali che con mie esperienze dirette in ambito curatoriale. Ora,  in questa fase di contemporaneità avanzata, di “società dello spettacolo”, basata sul predominio dell’immagine a scapito della parola, di globalizzazione e trionfo del mercato e delle sue ciniche leggi, sempre più consistenti indizi fanno intravedere una volontà sincera, al di là dei sincretismi “new age” tanto di voga qualche anno fa, di riscoprire la dimensione spirituale e, di conseguenza, la relazione tra linguaggio dell’arte e simboli del sacro. La religione, come il pensiero mitico, il pensiero simbolico e la ragione, fanno parte della natura dell’uomo sia religioso che a-religioso. L’arte, ai suoi primordi, aveva il compito prioritario di esorcizzare la paura della morte, allontanare il senso della fine e dell’incertezza, così vivi e presenti nella nostra attuale ed incerta dimensione quotidiana. L’esclusività del rapporto tra il fruitore e l’opera, sia che generi fascinazione o distacco e repulsione, consente di porsi in una dimensione privilegiata, in grado di percepire il respiro della spiritualità, senza doverla necessariamente riconoscere nello stile, nelle forme e nei simboli della tradizione. Scrive il grande storico delle religioni Mircea Eliade : “ Il sacro nell’arte contemporanea è diventato irriconoscibile, si è camuffato in forme, propositi e significati che sono apparentemente “profani”. Il sacro non è scontato, com’era per esempio nell’arte del Medioevo. Non si riconosce immediatamente e facilmente, perchè non è più espresso attraverso il convenzionale linguaggio religioso”. L’arte di Blaganò contiene sin dagli esordi una dimensione sacrale al suo interno. Questo avviene per molti autori che perseguono una linea coerente di ricerca, non del tutto consci del livello di trascendenza della medesima, al di là dello stile e dell’iconografia, che può avvalersi del ricorso al simbolo ed all’allegoria, oppure cimentarsi con i feticci del quotidiano, condizione caratterizzante l’eclettismo stilistico che domina la scena dell’arte a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta. La differenza, rispetto ad epoche passate, è che il linguaggio dell’arte, dalla seconda parte dell’Ottocento, si scioglie da qualsiasi dipendenza da un “a priori”, come la celebrazione della ritualità imposta dalla committenza, il concetto di “bello ideale”, la religione vista come dogma e non come libera espressione della interiorità. Francesco Blaganò ha da sempre perseguito una linea di ricerca atta a concepire l’arte come dimensione di creatività, autentico work in progress, che si manifesta nella dimensione della forma ed in quella dell’evento. Ho da sempre l’abitudine, affrontando la poetica di un singolo autore, unica ed irripetibile, di inquadrarla in un contesto al tempo stesso di storia ed attualità,  cosa che ne rafforza ulteriormente la comprensione e l’identità. Nel caso di Blaganò è interessante ed originale la capacità di parlare della sua quotidiana esperienza di fede. L’artista adotta gli strumenti ed il linguaggio dell’arte contemporanea per manifestare la presenza e, talvolta, anche l’apparente assenza o distanza di Dio dalla scena del mondo, creato a sua immagine e somiglianza. Da un punto di vista tecnico il suo linguaggio è estremamente aderente alla contemporaneità : i disegni e le pitture vengono costruiti secondo una sovrapposizione di piani narrativi che si succedono gli uni agli altri, con una visione verticale. I contorni delle figure sono nitidi ed essenziali, comunicano il messaggio con naturale semplicità, senza bisogno di sfoderare virtuosismi che nel caso suo apparirebbero inutili e fuorvianti : il messaggio che l’artista vuole lanciare giunge forte e chiaro al mittente cui è destinato. Stesso dicasi per le installazioni create tramite raggruppamento per  equilibrato accumulo di elementi chiari e semplici, come pesci o mani giunte verso il cielo, la cui proliferazione evidenzia quanto l’artista desidera comunicare al fine di scuotere la nostra attenzione. L’artista lavora. come sopra evidenziato, sia nella bi dimensione, con lavori a pittura ed a penna a china, che in quello dell’installazione, sperimentando l’uso di vari materiali e realizzando in proprio supporti e cornici. L’approdo ad una intensa esperienza di fede evangelica, quindi basata principalmente sulla lettura, sull’esperienza e la condivisione dei testi sacri, avvenuta otto anni or sono, non comporta una svolta tecnica ma, come sostiene l’artista, soprattutto concettuale : “Tecnicamente le opere hanno già nella loro struttura alcuni contenuti, ad esempio le misure delle tele che spesso riprendono numeri biblici , dai 153 pesci di THE RIGHT SIDE ( preso dal Vangelo di Giovanni …pescarono 153 grossi pesci – la pesca miracolosa) al lato di molte tele 777 mm x 777mm numero gradito a Dio”. Da un punto di vista contenutistico Blaganò, come sarà possibile notare per i visitatori di questa personale dal titolo “Mille chiavi una porta”, allestita presso la Sala delle Arti di Collegno, dove l’artista esordì venticinque anni or sono, trascina la dimensione spirituale dal livello simbolico ed allegorico a quello concreto di testimonianza dell’ascesi propria di chi conduce la propria esistenza all’interno della parola sacra, per esserne testimone. In mostra saranno presenti opere parietali, che interpretano, secondo la sensibilità dell’artista, brani e parabole esemplari dei Vangeli, ed installazioni realizzate con materiali primari ed essenziali, opere di estrema contemporaneità come concezione spaziale,  sempre riferiti ad elementi visivi della tradizione cristiana, ad indicare la speranza ed il senso di rinascita, vissuto in piena e totale adesione al dettato della fede, vista come scelta individuale, frutto del libero arbitrio, ma che Francesco Blaganò, con il suo messaggio, desidera divenga patrimonio collettivo”.