“La pazza gioia” di Paolo Virzì: una riflessione sul senso della “normalità” e dell’animo femminile

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“LA pazza gioia”: titolo quantomai azzeccato per l’ultimo film di Paolo Virzì, che sa mescolare, in un cocktail dal gusto intensissimo, temi come il confine della normalità, la ricerca di sé, la fuga da un mondo che non ci sa comprendere, la maternità come chiave della femminilità. Protagoniste, come suggerisce il titolo, due “pazze”, personaggi molto pirandelliani perché matte e perché donne lacerate dal giudizio del mondo: Beatrice e Donatella, entrambe ospiti di una casa di cura per malati psichiatrici dove si incontrano e, nonostante o proprio perché di carattere e patologie opposti, si attraggono e diventano, a loro modo, amiche. Novelle “Telma e Luise”, scappano dalla clinica per darsi, appunto, alla pazza gioia, in tour per la Versilia dove insieme ridono, piangono, si arrabbiano, si intristiscono, si divertono e soprattutto si legano con una complicità più terapeutica dei farmaci e dei colloqui con psicologi e assistenti sociali che, fino ad allora, hanno contraddistinto la loro vita. E così Virzì pare indicare la cura alle nevrosi, alle ossessioni patologiche della società moderna nell’uscita dall’egoismo nel darsi agli altri, fondendo le proprie cause e le proprie necessità con quelle altrui. La capacità di Virzì e delle due ottime interpreti, Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti, è di non sfiorare mai i luoghi comuni, il pietismo, l’angelicazione, ma, al contrario, saper scavare nella verità. Si intuisce, tra le scene, un’attenta ricerca sul campo in un mondo solitamente tenuto ai margini, schivato, come quello della malattia mentale, delle case di cura, dei colloqui con i servizi sociali. Virzì sa raccontare una storia femminile da un inedito punto di vista maschile, dimostrando come anche gli uomini possono tentare di comprendere l’animo delle donne, evitando di fare come i maschi incontrati da Beatrice e Donatella, che se la cavano con una bugia, un po’ di denaro e un po’ di sesso.

Un film da vedere, quindi, capitolo ancora più d’introspezione rispetto al precedente “Capitale umano”, dove la trama lascia il passo ai molteplici messaggi e al flusso inarrestabile di emozioni che fluiscono dalla pellicola.