“Le Mute” di Bosio fra i rossi da non perdere per la Guida Touring Vinibuoni d’Italia Un riconoscimento al lavoro dei vignerons della Valsusa che offre lo spunto per una serie di riflessioni sul territorio

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ALMESE – E’ tempo di guide e per “Le Mute” prodotto dalla Agriforest di Giuliano Bosio è arrivata la valutazione della prestigiosa Guida del Touring “Vinibuoni d’Italia” fra i 12 autoctoni da “non perdere”. Un bel riconoscimento per un rosso prodotto con un mix di Avanà e Becouet, due vitigni che sono la base del ValsusaDoc. Ispirata alla tradizione enologica italiana e volta a valorizzare le radici locali, il territorio e la tipicità, Vinibuoni d’Italia dà un segnale preciso ai consumatori e al mercato italiano ed estero, sul made in Italy del vino. La guida è unica – nel panorama italiano e internazionale – perché è la sola dedicata ai vini da vitigni autoctoni, cioè a quei vini prodotti al 100% da vitigni che sono presenti nella Penisola da oltre 300 anni e si basa su un processo di selezione rigorosa alla quale collaborano oltre 80 degustatori, riuniti in 21 commissioni di lavoro che operano nella loro regione di competenza.

I vini che partecipano ai concorsi vengono giudicati da una commissione (panel) di assaggiatori professionisti  che usano l’analisi sensoriale  quale metro di giudizio principale. Per prassi, solo parzialmente prendono in considerazione il significato umano del vino ed il senso di sicurezza che da esso ne deriva.

Beh Giuliano, un bel risultato per te, ma anche per tutta la viticoltura della Valsusa, no?

“Certo che sono soddisfatto. Anzi soddisfattissimo. Proprio per come questo gruppo arriva a dare le valutazioni finali. Il consumatore dà un significato ‘umano’ al vino perché  gli suscita emozioni, memorie e sentimenti. A volte, addirittura, gli ricorda l’idea della festa, l’ebbrezza, l’evasione e la voglia di trasgressione. Il vino poi gli può  richiamare ‘il senso di sicurezza’ legato agli affetti famigliari, alla quiete domestica, alla meditazione, alla gratificazione edonistica di quasi tutti i 5 sensi, al festeggiare un risultato ottenuto, alla sua origine ed al territorio di provenienza. Ma Il consumatore non è  un degustatore professionale. Da qui inizia la differenza del percorso suo rispetto a quello del degustatore.

Per banalizzare, vi immaginate il giudizio su un Avanà nostrano dato da un consumatore calabrese ed il giudizio  su un Guarnaccino della Basilicata dato da un consumatore piemontese? Sarà quasi sempre un giudizio di emozione, ‘umano’, oppure di senso di appartenenza,  ‘sicurezza’,  oppure tutti e due.”

Ho capito. Va bene la “poesia” del vino, ma poi il prodotto deve reggere in valori assoluti al palato per raggiungere certe vette.  Voi addetti del mondo del vino,  viticoltori, assaggiatori, ristoratori,  operatori turistici, consumatori,  ecc. che,  o tanto o poco, direttamente o indirettamente, di vino “campate” cosa potete fare per superare questi ostacoli?  E’ possibile far sì  che una cultura ed un consumo qualificato del vino si sviluppi e prosperi nelle nostre zone che sono ritenute ‘marginali’, e soprattutto è superabile il pregiudizio  che i vini della Val di Susa  non siano vini di alta qualità?

“I francesi – che di vino ci campano da 100 anni e più – da tempo han coniato il termine ‘terroir’,  che in italiano non si può  tradurre  banalmente con una parola,  ma solo conun  concetto.  Questo concetto definisce il terroir come l’insieme dei caratteri geografici, morfologici, pedologici, ecc.  di un territorio,  uniti alle caratteristiche del vitigno e comprendenti le pratiche di vigna e di cantina attuate dall’uomo. “

Torniamo alla nostra Valle di Susa. Come siamo messi?

“Il livello qualitativo del vino qui prodotto, a detta degli esperti, negli ultimi 10 anni è  migliorato moltissimo rispetto al passato. Questo grazie alle buone pratiche in vigna e cantina  adottate dai viticoltori ed un po’, per quanto riguarda il tenore alcolico, grazie alla tendenza di un clima sempre più  caldo e secco.

Invece il livello quantitativo non è  cambiato più di tanto rispetto al recente passato: siamo intorno alle  50.000 bottiglie prodotte e commercializzate. Questo deriva dal limite oggettivo delle superfici vitate dei vecchi impianti che ogni anno sempre di più vengono abbandonate per cause demografiche. I segni di subentro nella coltivazione o di impianto di nuove vigne non coprono completamente la superficie abbandonata e l’ultima grande operazione integrata di ripristino risale a quasi 20 anni fra Exilles Chiomonte e Giaglione e promossa dalla fu Comunità Montana come compensazione ambientale ddell’impatto autostradale su quel versante.

Solo da poco ha cominciato a prender  piede una nuova sensibilità rivolta all’impiego di vitigni autoctoni e di vigneti monovitigno. Ma di  vigne con… di tutto e di più ce ne son ancora tante. Con le conseguenze negative della non contemporaneità di maturazione e successiva scarsa qualità  dell’uvaggio.

Di investimenti in nuovi impianti se ne  sono fatti, grazie all’impegno dei colleghi professionali,  ma ben lungi dallo sfruttare appieno le potenzialità esistenti. Per fortuna abbiamo quasi capito tutti  che la barbera migliore si fa a Nizza Monferrato ed il dolcetto a Dogliani e così  via. Noi abbiamo Avanà, Becouet, Carcairon d’Fransa, Chatùs, Baratuciàt e molti altri che qui raggiungono la loro espressione massima. Gli altri vitigni nostrani che danno vini scarsi come le Grise, la Brunetta di Rivoli ed altri mettiamoli giù solo per l’autoconsumo, se proprio ci piacciono.

Le vecchie vigne esistenti non si possono e devono smantellare d’amblée perché  producendo danno un reddito. Anno per anno però si posson o sostituire i vecchi vitigni con altri nuovi e questo vale soprattutto per gli impianti terrazzati dove, per ragioni economiche,  con mezzi meccanizzati non si possono rifare ex-novo gli stessi. E parliamo della più classica delle viticolture “ eroiche”. Io ad Almese sono fortunato. Il mio “eroismo”  è quello di difendermi solo da tassi, cinghiali e caprioli, perché non ho la verticalità dei chiomontini e dei loro vicini.”

Ho scatenato una lectio magistralis.  I vini della nostra Valle però non hanno una ‘vetrina’ comune,  né  una comunicazione generale coordinata ed efficace. Il farsi conoscere passa perlopiù  attraverso iniziative individuali sui ‘social’ o con vostre presenze più  o meno costanti a mercatini e fiere con gazebo e banchetto appresso. Un po’ poco in un mondo dove la comunicazione sul vino e del vino raggiunge vette eccelse…

“Pochino davvero. Che non basta neanche per esser conosciuti in Valle se si pensa che ai mercatini non ci vanno gli addetti ai lavori del settore vitivinicolo, ma gli sporadici consumatori. Eppure siamo prossimi ad un bacino di un oltre un milione di abitanti,  che è  Torino e prima cintura.  Quanto vendiamo lì, a partire dai ristoratori?

Quelli che dovrebbero essere i nostri principali clienti, vale a dire: ristoranti, bar, enoteche, distributori, rappresentanti,  quanto conoscono oggi i  vini della Val di Susa?  Troviamo le bottiglie dei nostri vini sono sui loro ripiani o nelle loro cantine? Quanto e cosa siamo stati in grado di comunicare loro su di noi ed il nostro prodotto?  Passi in un bar magari per un assaggio di  vino o per curiosità,  chiedendo di un vino locale, ti viene  proposto il Nebbiolo od un Cortese. Se poi passi con un amico  per l’aperitivo, ti senti dire: <<Assaggia com’è buono questo Catarratto>>! “

Il Catarratto andrebbe già bene come vino siciliano. Ma se parliamo invece di rossi i nostri supermercati sono pieni di Nero d’Avola. Evidentemente  nella comunicazione c’è  qualcosa che non va.

“A volte sei per la prima volta in un ristorantino o trattoria che non conosci. Devi ordinare il vino e chiedi un consiglio al cameriere sul vino da abbinare al piatto scelto. Lui, per tutta risposta ti passa la carta dei vini o ti sciorina tutti i vini che hanno in cantina, non ti dà consigli ed in più aggiunge, e poi abbiamo anche quello in caraffa, un buon ‘questo’… Un buon ‘quello’ che ovviamente non ci ‘”azzeccano” nulla  con il cibo ordinato. Subito ti cadono le braccia e poi pensi: ma questi,  chi e dove li hanno formati? Ed il cerchio poi automaticamente lo allarghi  a tutto il comparto comprese guide turistiche, accompagnatori escursionistici, ecc. Poi  c’è tutta una sfera di consumatori che necessità di vino per il consumo famigliare, in termini quantitativi quella che consuma di più. All’amico o al parente chiedi: tu cosa bevi in casa,  a pasto? “Sai io ho un amico nelle Langhe che fa un Nebbiolo, ma buono, ma buono! ” E  quanto costa?

“Me lo porta a casa in damigiane a 2,5 euro al litro. “. Ti mordi la lingua e pensi: ma se è  così  buono, sano e autentico, perché  quel produttore non lo vende in bottiglia etichettato. A prezzo di mercato gli verrebbero in tasca almeno 12 euro al litro! Perché  non lo fa? “

Questo è un vecchio problema: educare il consumatore a bere meno, ma meglio spendendo gli stessi soldi. Mi stai diventando pessimista però? Non ti riconosco più!

“C’è  molto, ma molto da fare per arrivare al ‘”buono, pulito e giusto” di petriniana memoria. Dobbiamo far capire che il vino,  al pari di olio e latte,  è  un alimento e non va confuso con tutto quello che  di liquido mettiamo in bocca con il nome di bevanda. Negli ultimi anni forse abbiam vissuto tanto alla giornata, un tirare a campare con piccole iniziative individuali,  quando va bene.

Coloro che si dovrebbero occupare del  bene comune,  della programmazione e pianificazione economiche,  di supportare iniziative ed investimenti, al limite anche solo con una pacca sulle spalle,  li vedi annaspare e parlare in modo sempre autoreferenziale. Li osservo  sgomento dedicare una fetta rilevante del loro tempo a discutere sul “Dialogo dei massimi sistemi”. Se chiedi aiuto – e io  non l’ho mai fatto – ti  viene sciorinata la solita manfrina: non abbiamo soldi, c’è  il patto di stabilità, ecc.  Salvo poi accorgerti che soldi,  per quello o quelli che voglion loro, si trovano  sempre. E poi gli atteggiamenti: sempre a caccia del consenso!  I cittadini per loro si dividono in amici o nemici e poco entrano nel merito delle cose o delle proposte.

La risposta più  semplice e onesta sarebbe: adesso non posso però nella mia programmazione lo inserirò  e quando potrò  lo farò.”

Programmare e coordinare gli investimenti lasciando spazio alla libera impresa.  Parole che nel vocabolario degli amministratori spesso non si trovano. Vuoi mettere quale investimento per il futuro dei giovani e l’economia sia il fiorire di rotonde, dossi, velox a 30 all’ora ecc.? Ma il vino può essere per la Valle un settore economico se si fanno i necessari investimenti? Mio nonno diceva sempre che la “tera à l’è basa”…

“Il modello di sviluppo, che ci ha guidato fino a qualche anno fa,  ha dimostrato le sue debolezze e la crisi, che ormai ci affligge da 7/8 anni,  non ha fatto che porre in drammatica evidenza la sua inadeguatezza. I vecchi tempi non potranno ritornare mai più, se non prendiamo atto che:  siamo in piena crisi e segnali di rimedio a breve non ci sono e che  gli investimenti privati son quasi fermi perché  i limatissimi utili,  quando ci sono, son talmente esigui che non possono venir trasformati in capitale di investimento.

In  mancanza di un minimo di sicurezza e prospettiva nessuno pensa ad indebitarsi oltre:  il risparmio delle famiglie quasi non esiste più perché nonni e padri fan di tutto per aiutare nipoti e figli disoccupati o sottooccupati. E la capacità di risparmio per chi ha un lavoro è quasi scomparsa dopo che sì  è  accettato, pur di entrare in Europa,  un rapporto di conversione lira/euro che non corrispondeva alla realtà ed a causa di costi e tasse sempre più  esuberanti, checché  se ne dica. Se vuoi continuo l’elenco: la quasi totalità  delle industrie locali, che ci han fatto ‘ricchi’ negli anni ’60/90 o hanno chiuso o sono fallite o han dislocato gli impianti da altre parte dove i costi sono inferiori. L’industria del mattone ha finito il suo ciclo: non c’è  più  la domanda;  l’artigianato vivacchia ma non produce ricchezza; il turismo, l’accoglienza, la ristorazione sopravvivono nei posti più  vocati. Ma il negozio di vicinato è  quasi scomparso a beneficio dei centri commerciali che si continuano a far costruire in tutta la Valle. L’agricoltura si è  ridotta di molto e la produzione agricola per l’autoconsumo finita la generazione dei sessanta/ottantenni non ci sarà  più.

Per il ‘terziario’ anche son finiti i bei tempi perché se non si ricomincia a produrre ricchezza a chi servono i servizi?”

Stooop! Una Valle di lacrime! Allora ti contraddici da solo. Perché pianti viti e fai il vino?

“D’accordo. Non ci son solo tanti punti di debolezza, ma anche punti di forza che dovremmo imparare ad usare meglio:  siamo una Valle sì alpina ma poco distante da una metropoli con un bacino di consumo superiore al milione di abitanti;  abbiamo un clima temperato  con poche precipitazioni e giusta umidità. In sinistra orografica  non sono pochi i microclima locali quasdi mnediterranei:  siamo in una Valle a basso rischio sismico e abbiamo una buona regimazione delle acque ed i naturali rischi idrogeologici delle Alpi sono ridotti.

Con due valichi stradali ed uno ferroviario, internazionali,  sono garantiti ottimi flussi di persone e di merci. Abbiamo in valle beni storici ed architettonici di degno rilievo con beni paesaggistici e mete escursionistiche decorosi; località  turistiche ben dotate per l’accoglienza e locali di  ristorazione diffusi sul territorio. E – veniamo al punto – abbiamo produzioni agricole che, se ben sviluppate, potrebbero diventare di eccellenza. E ancora una popolazione che ha bisogno e tanta voglia di fare anche se un po’ chiusa nell’individualismo e localismo, ma in Sabaudia è  un po’ così  dappertutto.

Se il vecchio modello di sviluppo non funziona più  pensiamone uno nuovo, partendo dai punti di forza e debolezza prima esposti.   Come sempre si dovrebbe fare partiamo da quanto esiste e può essere migliorato ed i sogni lasciamoli nel cassetto.  Indubbiamente va consolidato il tessuto industriale ed artigianale  che esiste e funziona, che è  quello che dovrebbe dare il maggior PIL. A breve non si vede uno sviluppo significativo in questo settore se non supportato da misure di aiuto nazionale ed europeo nel campo fiscale e delle infrastrutture esistenti.

Il turismo poi va migliorato in qualità  di offerta e lo stesso dicasi della trascurata agricoltura. Queste son attività  su cui puntare perché  strettamente legate al territorio ed alla terra. Esse non scappano, non delocalizzano, son sempre qui e fanno parte di noi,  del nostro quotidiano. Ricordiamoci il detto a volte dimenticato: “se possiedi un  po’ di terra non morirai mai di fame! ”

Quindi è  vero che la terra  è  ‘bassa’ ma nella vita bisogna far di necessità virtù. Perché  non rinforzarsi e valorizzarli di più  anche in questo campo? Pensarci e poi programmare sarebbe già  un bel risultato.

Se le filiere del turismo in tutte le sue forme e delle produzioni agricole  di qualità e salubrità di latte, vino, allevamento animale con tutte le loro filiere, frutta e piccoli frutti, miele, marmellate, ortaggi adatti, cereali minori; ecc. sono riconosciuti adatti e danno risultati eccellenti perché  non valorizzarli ed ampliarne  la produzione?

Le ricadute positive non sarebbero solo sugli operatori del settore ma anche sul paesaggio agrario, sul dissesto idrogeologico, sull’aria che respiriamo, sull’ambiente. La nostra qualità  della vita ne beneficerebbe di molto. Non è  difficile, basterebbe solo guardare più  in là  del nostro naso: Francia e Valle d’Aosta non son distanti.

Per iniziare,  in attesa di tempi migliori, già  da subito e con poca spesa possiamo metterci ancora di più:  progettualità, snellimento burocratico,  formazione,  comunicazione,  uso degli accorpamenti agrari, manutenzione programmata del territorio, ascolto degli operatori e tanto altro ancora,  ma soprattutto… tanto buon senso contadino ed un po’ di sogni! “

Mi hai convinto, ed io che pensavo solo di bere una volta e parlare del tuo Le Mute!

 

Giuliano Bosio durante la vendemmia del Baratuciàt 2017 (Foto Marco Cicchelli)

Giuliano Bosio durante la vendemmia del Baratuciàt 2017 (Foto Marco Cicchelli)