Lido Riba, Presidente Uncem Piemonte: “La nostra Regione è un modello per la prevenzione del dissesto” "Abbiamo imparato la lezione del '94. Fondamentali i fondi ATO per la messa in sicurezza dei territori in montagna e preservarli a valle"

Trana: una cascina invasa dalla frana (Frame da video di Claudio Allais)Trana: una cascina invasa dalla frana (Frame da video di Claudio Allais)

TORINO – Non è ancora finita l’allerta rossa sui territori montani e sulle pianure piemontesi. I danni ci sono e la conta è solo iniziata. Ma in queste ore è importante evidenziare il grande e costante impegno di Sindaci, Amministratori comunali, Protezione civile, Vigili del Fuoco, Forze dell’Ordine, Associazioni di volontariato.

In questi ultimi vent’anni sono stati fondamentali gli interventi per la prevenzione del dissesto idrogeologico e la mitigazione del rischio garantiti dal lavoro degli Enti locali, con capacità ed efficienza, dalle Comunità Montane prima e dalle Unioni montane di Comuni ora e grazie agli interventi tutti coerenti delle Giunte Regionali di diversi colori: Ghigo, Bresso, Cota e oggi Chiamparino. C’è stato probabilmente un morto, ma si tratta di una persona anziana probabilmente  inghiottita dall’argine del Chisone a Villar Perosa su cui si era imprudentemente avventurato. Ben altra tragica cosa fu l’alluvione del ’94.

E’ d’accordo Presidente Riba?

“Si. È in questa dimensione sovracomunale  sussidiaria, degli Enti montani – peraltro più volte messa in dubbio nell’ultimo decennio da alcuni certi centri di potere non solo romanocentrici- che si sono condivisi e realizzati i migliori interventi per la tutela del territorio. I risultati, anche nelle ultime ore, si sono visti: i danni sono stati di gran lunga inferiori a quelli di altri eventi calamitosi del passato.

Un modello che può fare scuola anche  per le altre Regioni?

“Certo. Il Piemonte – lo abbiamo ripetuto più volte – è un modello per l’Italia, grazie al “fondo Ato” di 15 milioni di euro l’anno investiti sui territori montani, come previsto dalla legge 13/1997, articolo 8. Siamo l’unica Regione italiana  dove una percentuale della tariffa idrica pagata da tutti i cittadini viene destinata alla montagna per la difesa delle fonti idriche e per la prevenzione. È l’unica forma di pagamento dei servizi ecosistemici e ambientali che esiste nel Paese.

La percentuale varia dal 3 all’8 per cento e va oggi alle Unioni Montane che concertano gli interventi con la Regione. Prevenzione di dissesto, tutela delle fonti idriche, briglie di torrenti, manutenzioni ordinarie e straordinarie. In questi mesi le Unioni stanno programmando l’uso di 50 milioni di euro delle ultime annualità. Secondo noi la percentuale andrebbe ancora aumentata. Per i risparmi che alla collettività tutta consernte una montagna ben curata. Fermo restando che l’acqua arriva dalle nostre Terre Alte.

Questo percorso è sussidiario e riconosce, ambientalmente, culturalmente, economicamente, a chi produce e immagazzina la risorsa, le Terre Alte, un valore per questo bene, dove acqua e forza di gravità si uniscono. Non più solo a vantaggio di chi gestisce e fattura il bene, i big-player del settore che ne hanno enormi margini di guadagno, ma anche del territorio e delle comunità alpine e appenniniche. In Piemonte ci stiamo riuscendo. Altre Regioni dovranno farlo a breve. È un impegno politico che la struttura nazionale ItaliaSicura ha già preso in considerazione. Il pagamento dei servizi ecosistemici ambientali rivoluziona la prevenzione del dissesto e la tutela del territorio”.

Va ricordato che la montagna piemontese “produce” e rilascia da 12 a 14 miliardi di metri cubi d’acqua l’anno. Gran parte sono accumulati in nivai e ghiacciai, al netto del riscaldamento in atto. Un a fase comunque ciclica come i documenti storici dimostrano. E’ loro blu delle nsotre montagne, anch ese oggi  i fiumi fanno paura anche a Torino.

Come va tutelata questa risorsa?

 “Questa acqua dovrebbe avere un grande valore, economico. Oltre la metà dei metri cubi invece vengono invece rilasciati nel Po senza generare benefici. Servirebbero, come evidenziato anche da geologi e ingegneri idraulici, mini-invasi lungo i corsi d’acqua per regimare il sistema idrico. Negli ultimi decenni, abbiamo continuato ad alzare gli argini del Po, ma non abbiamo ancora completamente riorganizzato il sistema a monte, con un buon utilizzo della risorsa. Il dissesto si origina nelle Terre Alte, con l’acqua che scendendo solleva la cotica erbosa e porta centinaia di metri cubi di materiale detritico a valle. È dunque nelle aree montane che dobbiamo continuare a organizzare la prevenzione. La politica deve agevolare questo percorso.

A valle possiamo poi solo fare opere contenitive, consentendo anche, senza troppi dubbi e senza cedere a logiche pseudo ambientaliste di modello metropolitano, la pulizia e il prelievo degli interti dai torrenti e dai fiumi”.

Uncem oggi ha anche ricordati con i numeri i dati rilevati negli ultimi due secoli:

Dal 1801 al 2010 il Piemonte è stato colpito da un centinaio di eventi alluvionali principali, con frequenza di uno ogni 18-24 mesi; dal 1993 al 2010 gli eventi con effetti gravi sono stati 10. Dal 2002 al 2004, il progetto nazionale Iffi (Inventario Fenomeni Franosi in Italia) ha censito solo in Piemonte oltre 34mila frane o zone soggette a movimenti franosi.

Dal 2000 al 2010, le Comunità montane hanno investito quasi 300 milioni di euro in centinaia di opere, concretizzando gli obiettivi di “bonifica del territorio”, competenza assegnata loro sin dal 1975 e ribadita negli ultimi provvedimenti normativi piemontesi sulla montagna. Contenimento di rii, difese spondali di torrenti, protezione dei versanti, distacco programmato di frante, sistemazioni idralico-forestali: sono solo alcune delle opere eseguite prima da Comunità montane e oggi dalle Unioni montane di Comuni. Il fondo regionale annuo oggi è di circa 15 milioni di euro, ai quali vanno aggiunti finanziamenti previsti da altre leggi piemontesi, come la 16 del 1999.

I numeri raccontano il grande impegno delle Unioni montane di Comuni per i lavori sul territorio: ad esempio, sono 56 i milioni di euro investiti dal 2010 al 2013 dalla Comunità montana Valle di Susa e Val Sangone (e prima del 2010 dalle tre Comunità montane), 30 i milioni della Comunità montana Valle Orco e Soana, 411 gli interventi della Comunità montana Valli dell’Ossola, eseguiti dal 2003 al 2013.

E – aggiungiamo noi – è imprescindibile il sistema solidale, fatto di persone che si sono tirate su le maniche, e chee nei giorni scorsi non hanno lesinato il loro impegno, e di ore di sonne ne hanno avute ben poche.