Lion – La strada verso casa Nelle sale la storia vera di un'adozione e della ricerca di sé

cinema

ANCORA la trasposizione di una storia vera, in questa stagione cinematografica che ha nella ripresa della realtà più che nella proposta di mondi fantastici i suoi picchi d’autore più interessanti. Dopo l’incredibile atterraggio sullo Hudson del capitano Sully interpretato da Ton Hanks, un altro grandissimo volto di Hollywood, Nicole Kidnam, si presta a portare sullo schermo tematiche forti e attuali come l’adozione, l’abisso tra chi ha la fortuna di nascere in occidente e chi invece deve sopravvivere nelle varie periferie del pianeta, ma anche la ricerca di sé e delle proprie radici. Kidman non è la protagonista, ma è senz’altro l’interprete più efficace di Lion: la storia vera di un bimbo indiano, che si perde nel subcontinente, finendo nel caos di Calcutta, dove deve imparare a sopravvivere da solo, senza riuscire a ritrovare la strada per tornare dalla madre e dal fratello, che l’attendono in uno sperduto villaggio dell’entroterra. Dopo una serie di vicissitudini, Saroo, finisce in un orfanotrofio e da qui viene adottato da una famiglia australiana, trovando in Nicole Kidman una seconda madre e cogliendo tutte le opportunità che la società ricca e benestante gli può offrire. Adulto, però, sente il fortissimo richiamo delle proprie origini e, attraverso Google Maps, scandaglia l’enorme subcontinente, per ritrovare, ago in un pagliaio, il suo villaggio, inseguendo, come un’ossessione, la speranza che i suoi famigliari siano ancora vivi ad attenderlo.

Trama straordinaria, su cui si innesta una serie di tematiche esistenziali: dal dono dell’adozione, interpretato magistralmente da Kidman, alla difficoltà di dover fare i conti con il proprio passato, fino alle misere e disperate condizioni in cui versano milioni di bambini non solo in India.

In Lion c’è senz’altro qualcosa di “The millionaire “, riprendendone l’ambientazione e il riscatto di un bimbo indiano nato nelle baraccopoli; ma la trama è meno avventurosa e la sceneggiatura si fa introspettiva, entrando nelle emozioni, nei sogni, nei ricordi, nelle ossessioni, nelle allucinazioni di Saroo, come nei sorrisi e nelle lacrime della madre. Una pellicola che, per restare ai paralleli, si avvicina a un film italiano di una decina di anni fa (2006): “Lezioni di volo” di Francesca Archibugi, con cui condivide la necessità di ricerca delle proprie radici e il contrasto tra il benessere dell’occidente e la miseria dell’India più profonda.