Mauro Minola al comando dello Chaberton Un libro con il fotografo Ottavio Zedda svela i segreti della fortezza

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GIAVENO. Conosco Mauro da anni, ci unisce la passione per la ricerca, per il territorio e la curiosità di scoprire che c’è sempre qualcosa di nuovo nella storia. E’ un paradosso al quale ci siamo abituati e con il quale conviviamo nel nostro peregrinare come rabdomanti negli archivi e nelle case altrui. Lui è sempre un passo avanti, quando ha un idea è già al lavoro, quando vede una possibilità di scoperta ci si butta dentro meglio di Indiana Jones. Non ho idea (e credo neppure lui) di quanti libri siano usciti con la sua firma, non uno è raffazzonato, semplice, già visto. In ognuno c’è qualcosa di nuovo e di sorprendente. Adesso l’ho fermato con l’amico fotografo Ottavio Zetta per parlare della sua ultima pubblicazione “Il mito dello Chaberton” uscito per le edizioni Susalibri.

Caro Mauro ammetterai che sullo Chaberton c’è una bibliografia enorme, dammi un buon motivo perchè un lettore lo acquisti.

Il libro racconta la storia e le vicende dello Chaberton, cercando di fornire un quadro completo sulla storia della batteria italiana e sulle sue vicende, dalla costruzione alla Battaglia delle Alpi del giugno 1940, fino alla demolizione nel 1957. È un libro alla portata di tutti, che, volutamente, non scade in tecnicismi riservati a pochi specialisti della materia. Con questo lavoro abbiamo provato ad incuriosire il turista o l’escursionista, usando un linguaggio chiaro, diretto, avvalendoci anche di un curato apparato fotografico. Poi, e qui ci vuole un plauso al nostro editore, Angelo Panassi di Susalibri, che è riuscito a mantenere il costo del volume in soli 8,90 euro. Non è semplice al giorno d’oggi trovare libri di storia così completi a questo prezzo.

Come mai lo Chaberton riscuote ancora un così grande interesse?

Prima di tutto perché è una bella montagna, che domina le valli olimpiche ed è ben visibile da tutte le piste. Ma soprattutto perché sulla sua cima c’è l’opera fortificata più famosa delle Alpi, la più alta d’Europa, la batteria Chaberton. Un’opera che nel primo Novecento era ritenuta invulnerabile, perché non c’era alcuna arma in grado di distruggerla. Da qui il mito dello Chaberton.

Che cosa ha spinto i generali dello Stato Maggiore a costruire un forte così in alto?

«Prima di tutto, la necessità di difendere la frontiera. È un tema con forti risvolti psicologici, ancora tanto attuali. Pensiamo solo agli attentati di Parigi dello scorso novembre: la prima reazione è quella di chiudere le frontiere, di far tornare i controlli sulle linee che dividono gli stati. Solo che un tempo di là c’era il nemico, di qua l’amico, ora il “nemico” è in mezzo a noi, ma il senso di insicurezza è lo stesso, quindi diventa un obbligo serrare la frontiera.

Non è stato facile realizzare un’opera fortificata su quella cima …

Per niente facile. L’allora capitano Pollari Maglietta, che lo progettò, dovette superare ostacoli di non poco conto, a cominciare dalla rotabile di accesso e dalla teleferica, un vero capolavoro di ingegneria militare.

21 Giugno 1940, con pochi colpi i francesi distrussero lo Chaberton, la fine del mito?

Purtroppo sì. I francesi, che non avevano mai accettato l’idea di avere un forte puntato contro di loro, prepararono con cura il tiro di distruzione. Ed ebbero una gran fortuna, oltre all’abilità. Vogliamo però ricordare i dieci caduti, i feriti e tutti gli uomini del presidio italiano (quasi tutti non avevano più di vent’anni) che, con grande senso del dovere e del sacrificio, rimasero al proprio posto continuando ad eseguire gli ordini. Ancora l’estate scorsa le loro gesta sono state ricordate nella cerimonia di commemorazione. Un evento ben organizzato dal Comune di Cesana e da un gruppo di volontari, coordinati dall’amico Riccardo Tabasso, un vero “amante” dello Chaberton.

 

E così ancora una volta cederò alla curiosità e comprerò il volume. Finchè c’è spazio su una mensola un libro di Minola non può mancare.