Quattro valsusini, e un cane, salgono in un giorno sei vette sopra i 3000 metri Nella conca di Bardonechia la gita impegnativa

Il cane in vettaIl cane in vetta

VALSUSA – Con Cinzia Borasca, Rossella Toniolo e Adriana Bergagna, col suo cane Linda a fare da sentinella, ci siamo recati fino al Pian dei Frati con la nostra piccola jeep, su quella che rimane la strada più alta delle Alpi, anche se percorribile solo più da mezzi 4×4 e con cautela, nonostante i lavori di miglioria che vengono apportati ogni anno, per le strette curve a gomito di non facile transitabilità che permettono dalla piana ove è situato il rifugio Scarfiotti, di salire fino al Pian dei Morti e successivamente al Pian dei Frati, dove ci siamo fermati per accedere poi a piedi alle cime limitrofe anche se volendo si può salire in auto sino ai quasi 3000 m del colle in oggetto.

In salita fino a Rochemolles

La strada sterrata è percorribile per intero solo da maggio a novembre. Non esiste più il divieto di transito dei weekend come si legge dal cartello in loco (informazione presa dall’ufficio turistico di Bardonecchia). Lo scopo della gita era di condurre le mie inseparabili amiche, che seppur residenti in bassa valle di Susa, non erano mai salite al colle in questione. L’accesso dal versante italiano inizia dalla località di Bardonecchia con strada asfaltata fino a Rochemolles e sterrata fino al colle. Questa strada raggiunge la maggior altitudine dell’intera catena delle Alpi: secondo alcuni 3.009 m. In realtà quella era l’altitudine raggiungibile fino a qualche anno fa; attualmente è stato posto uno sbarramento al termine del parcheggio (ed in corrispondenza del confine) per cui la massima altitudine raggiungibile in auto è di 2.991 m.

Sei vette sopra i 3000 metri

Nella giornata sfruttando la quota raggiungibile in auto, si possono salire ad arco ben sei vette oltre i 3000 m, da me compiute più volte in passato e in solitaria (raggiungendo in questo caso il colle in auto) e salendo per un erto percorso malagevole da non intraprendersi con terreno ghiacciato, che conduce direttamente alla Punta Sommeiller (la più alta del gruppo con i suoi 3333 m ed annessi, targa col nome e la quota, ometto e libro per le firme) con in basso la vicina “Guglia” (3027 m), digressione di 15 minuti con difficoltà di II grado, considerata dai “vettaioli” più assatanati, come settima cima. Raggiunta la Punta Sommeiller in un’ora (AR) si può anche raggiungere la più scostata Cima d’Ambin (3264 m), fuori percorso, ma sormontata da un bella croce con libro di vetta posti di recente. Tornato sotto la cima della Punta Sommeiller si scende sul più facile versante della via normale che permette di scavalcare in ordine: la Cima dei Fourneaux (3206 m) e la Punta Galambra (3128 m), che sono due denti a destra poco scostati del percorso, per poi raggiungere la cima del Vallonetto, facile, se si esclude poco sotto la vetta una cengia su sfasciumi stretta ed esposta e prima della vetta una breve cresta a strapiombo da entrambe le parti.

Dal Colle del Sommeillers

Per non tornare dalla stessa via si può fare un ampio anello raggiungendo sulla destra il Truc Peyrous (3189 m), ultimo tremila del giro. L’ultima fatica consiste nel ritornare dai pressi dei resti del rifugio Galambra (sconsigliata la discesa diretta nel vallone per evitare la breve salita, perché tutta fuori sentiero) in ascesa (circa 90 m di dislivello) al colle del Fourneux per poi scendere verso il Pian dei Frati e dopo le prime balze rocciose portarsi su un sentiero che riconduce (a destra dei tornanti della strada), al Colle Sommeiller per recuperare l’auto. Calcolare per il giro completo 6 ore di buon passo. Con le mie amiche Cinzia e Rossella, per non stravolgerle al primo impatto, mi sono limitato a far loro salire le due cime che sono sul percorso a sinistra del Colle Fourneaux e cioè la Cima dei Fourneaux e la Punta Sommeiller (la cima più elevata del gruppo) per scendere poi dallo stesso percorso dell’andata (4 ore con ampie soste). Ignaro partecipe di quel che gli toccava fare è stato il meticcio di piccola taglia di nome “Attila” contento delle corse che ha potuto fare sui residui nevai all’andata, un po’ meno arzillo al ritorno, infatti appena raggiunta l’auto non lo abbiamo più sentito muovesi per tutto il tragitto del ritorno a casa.