E’ morto “Felicino” Riva: nel ’65 il crack del Cotonificio Vallesusa lasciò a casa 8.000 dipendenti Un impero industriale dilapidato in pochi anni: arrestato, fuggì in Libano e rientrò in Italia negli anni Ottanta

Felice Riva dei Cotonifici ValsusaFelice Riva dei Cotonifici Valsusa

SSOLENO – Dubitiamo che ai giovani, oggi poco avvezzi a studiare e conoscere la storia – tantomeno la storia locale o leggere il proprio territorio con la sua memoria industraile –  il nome di “Felicino” Riva, alias il “biondino“, dica qualcosa. L’uomo è scomparso un paio di giorni fa in Versilia, ma la notizia è stata resa noto a solo ieri. Se ne va così  un pezzo triste di storia del Paese e della Valsusa. Per chi infatti non ha dimestichezza con i grandi crack finanziari dell’Italia, il nome di Felice Riva e del fallimento del Cotonificio Valle Susa,  dice poco.

Ma quel nome dice molto invece a chi ha vissuto in prima persona la vicenda dell’ex Re del cotone, legnanese, figlio di un grande industriale tessile, Giulio Riva, ma capace, in pochi anni, di mandare in completa malora l’impero industriale ereditato dal padre nel ”60  – a soli 25 anni – e di mandare sul lastrico oltre 8.000 dipendenti.  Il Cotonificio Vallesusa allora contava trenta stabilimenti e 15.000 dipendenti, in gran maggioranza donne, sparsi tra la nostra Valle, il Canavese e la Lombardia.

La bancarotta del Gruppo Vallesusa

Fu uno scandalo che fece epoca: una  bancarotta calcolata allora in  46 miliardi di lire, pari oggi a circa  450 milioni di euro, ma anche per il personaggio chiave, ”il Felicino”, un figo, diremmo oggi, playboy e compagno d’avventure di Gigi Rizzi in Costa Azzurra, sempre in giro suo yacht e più interessato al calciomercato dei vari Amarildo, Rivera, Lodetti, Trapattoni  e Altafini del Milan allenato da Rocco e poi da Liedholm, club preso in un exploit di megalomania, che al crollo della sua azienda lasciò dalla porta di servizio e fu rilevato da Luigi Carraro. Felice Riva – il ragioniere (diploma preso con poco onore) infatti era così potente che riuscì ad acquisire nel 1963 dopo Andrea Rizzoli, la presidenza del Milan.

Nel 1965, dopo una serie di investimenti scriteriati e capitali dirottati su conti all’estero, il gruppo Vallesusa viene dichiarato fallito: gli stabilimenti chiudono e 8.000 dipendenti  si trovano improvvisamente  in mezzo a una strada; il Tribunale accerterà il buco di 46 miliardi di lire, un’enormità per l’epoca.

Nel 1969 Riva viene condannato a 4 anni di carcere per bancarotta fraudolenta: i Carabinieri lo arrestano una sera all’uscita di un cinema in centro a Milano. Pochi giorni prima a una serata alla Scala, un centinaio di ex dipendenti lo aveva bersagliato di insulti, volantini e qualche uova, augurandogli di finire a San Vittore.

La fuga in Libano

A San Vittore il “biondino” ci resta però ben poco: il mandato di cattura viene annullato per un vizio di forma e lui fugge all’estero, visto che nessuno gli ha rititrato il passaporto: prima Nizza, Parigi e  fino a quando si stabilisce in Libano, allora nota come la “Svizzera d’Oriente”. La bella vita continua – ben documentata dai settimanali rosa del tempo – perché  i capitali esportati sono ben custoditi nelle banche di Beirut. In Libano Riva si rifarà una vita,  o meglio continuerà a fare la solita vita, grazie ai capitali esportati fraudolentemente. Un esilio dorato – seppur con un paio di mesi di galera pure lì, separazione (onerosa) dalla mogli e e creditori alle calcagna. conclusosi nell’82, quando a Beirut tira aria di bombardamenti e non di magnum di champagne e serate al Casinò o allo Yacht Club.

Il rientro in Italia

Al rientro in Italia, peraltro a spese dello Stato e condanna ridotta, tra condoni e amnistie, a pochi mesi. Dell’ex industriale si scopre intanto anche che ha in tasca la cittadinanza libanese. Per cui i conti restano da qualche parte, ma i debiti con la giustizia evaporano.  Nessuno se ne curerà più. Felice Riva si ritira a vivere a Forte dei Marmi, avrà rapporti stretti solo con i figli, in partivcolare la figlia Raffaella,  musicista, ex componente del Gruppo Italiano e collaboratrice di Gianna Nannini. E in Versilia Riva è morto tre  giorni fa , ma la notizia è stata resa nota solo ieri. Aveva 82 anni.

La storia del Cotonificio Vallesusa

E’  stata un’azienda tessile che per molti anni ha avuto una posizione di leader del settore in Italia per tutto il ciclo della manifattura cotoniera: dalla filatura alla tessitura di cotone.

L’azienda venne acquistata dall’imprenditore svizzero  Augusto Abegg  il 4 dicembre 1906, e nacque con il nome di Società anonima Cotonificio Valle Susa e per oggetto sociale aveva la destinazione “per l’industria e il commercio del cotone e materie affini”. La società concentra la precedente attività svolta fin dal 1880 dalla Snc di Wild e Abegg, impaiantatesi in Valsusa grazie alla disponibilità di acqua e di energia idrolettrica.
Nel 1914 la Società anonima “Cotonificio Vallesusa” venne poi trasformata in “Cotonificio Valle Susa di A. Abegg e C”, sempre con a capo Augusto Abegg affiancato dal fratello Carlo.

Il gruppo comprendeva stabilimenti a  SusaBorgone di Susa, Bussoleno-Chianocco, Sant’Antonino di Susa,  Pianezza, Torino, Rivarolo Canavese e Lanzo Torinese. Il gruppo aveva filature per 200.000 fusi che incrementò con l’acquisto del Cotonificio di Perosa Argentina specializzato nella lavorazione dei titoli fini.

La ragione sociale cambiò quindi  “Cotonificio Valle di Susa”. Nel dopo guerra, nel 1947 , la famiglia Abegg vendette le sue quote  le sue azioni all’imprenditore di Legnano Giulio Riva, che già possedeva una serie di aziende tessili cotoniere a Legnano e in Lombardia. Fra stabilimneti , canali, centrali elettrriche da Susa  sino fondo Valle gli opefici sono quasi un continuum e  impiegano migliaia di operaie. L’Italia è in pieno boom economico e la Valle gira a mille fra industria meccanica, fonderie e cotonifici.

Giulio Riva – imprenditore con i fiocchi – morì in una clinica milanese a seguito di una banale operazione di appendicite nel 1960. Il suo impero era costituito da 600 mila fusi di filatura e 150 mila di ritorcitura, almeno 10.000 telai e 15.000 dipendenti distribuiti su oltre 30 stabilimenti: decine di società commerciali e finanziarie controllate e collegate in Italia ed all’estero.

Oggi il marchio Vallesusa è ancora presente sul mercato ed è una delle linee del Gruppo Gabel. Ma di Valsusa ha solo  più il nome.

 

L'ex Cotonificio Vallesusa a Borgone.

L’ex Cotonificio Vallesusa a Borgone.