Notav: “Impedire con la forza del numero agli operai di lavorare è violenza privata aggravata”. La Cassazione ribalta una sentenza del Tribunale del riesame La Quinta Sezione Penale si è pronunciata su uno dei tanti blocchi al lavoro delle trivelle operati dal Movimento Notav

blocco-sondaggi notav trivella

Il reato di violenza privata aggravata si consuma anche quando è la sola forza del numero a impedire che tecnici e operai effettuino il loro lavoro, nel caso specifico un sondaggio di quelli propedeutici alla Nuova Linea Torino – Lione. Lo ha stabilito con sentenza numero 48369 la Quinta Sezione Penale della Cassazione che ha accolto il ricorso della Procura della Repubblica di Torino contro l’ordinanza con cui il Tribunale del Riesame sempre di Torino aveva annullato le misure cautelari per cinque manifestanti Notav residenti in Valsusa  indagati proprio per aver impedito uno dei cantieri della cosiddetta “TAV“.

Perché, infatti, si consumi una condotta rilevante la fattispecie del reato di violenza privata scrivono i Giudici della Corte “non si impone che emergano gli estremi di una palesata energia fisica, né che ricorrano comportamenti di manifesta valenza intimidatrice“.

“Uno stato di coartazione psicologica” può prodursi – riporta la sentenza – “in capo a chi lavori in un contesto quotidianamente soggetto ad iniziative di pressione e manifestazioni di protesta, quando il lavoratore si trovi al cospetto di più soggetti che dimostrano il chiaro intento di interromperne le attività”, pur senza esplicite minacce di violenza fisica.

Gli “ermellini” scrivono ancora nel dispositivo “la rassegnazione degli operai nel sospendere i lavori, dinanzi all’ennesima manifestazione di protesta, non vale ad escludere l’intento prevaricatore di chi, anche con la forza del numero, si pose a sedere davanti ai macchinari, fino a costringere i Carabinieri intervenuti a sollevare di peso chi, all’evidenza, non si disponeva ad aderire alle richieste di rimuovere una situazione illegittima cui aveva di fatto dato causa”

E fra i 5 attivisti oggetto di provvedimenti restrittivi c’era fra gli altri la ultras Notav e pasionaria rossa Nicoletta Dosio, che poi dette il via ad una escalation di mancata osservanza ai provvedimenti disposti nei suoi confronti, fino a presentarsi in Tribunale a manifestare con i suoi “compagni” dopo che le erano stati imposti gli arresti domiciliari.

Saltano quindi le motivazioni con cui l’ex “Tribunale delle Libertà”, oggi Tribunale del Riesame aveva annullato il divieto di dimora in Valsusa e7o  e l’obbligo di firma disposti a vario titolo per i 5 manifestanti più attivo nell’organizzare e mettere in atto il blocco della trivella, nemmeno iniziata a montare, dai manifestanti, che aveva ritenuto non ricorressero nei loro confronti  “i presupposti motivatori dei gravi indizi di colpevolezza” per il reato rubricato dagli operanti e contestato dai Pubblici Ministeri, ovvero il concorso – ex articolo 110 Codice Penale – nel delitto di cui all’articolo 610 del Codice,  violenza privata aggravata: “Chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa è punito con la reclusione fino a quattro anni”.  Pena aumentata se concorrono le circostanze aggravanti di cui all’art. 339 del C.P. se la violenza o la minaccia sono commesse con armi, da persone travisate, da più persone riunite, con scritto anonimo, in modo simbolico o valendosi della forza intimidatrice derivante da associazioni segrete, esistenti o supposte.

Una sentenza chiara – che rimette ordine sui diritti e doveri di chi manifesta e sulla legittimità di chi è dall aprate della legge ed esercita il diritto al legittimo lavoro – che scatenerà certamente le reazioni “politiche” nel Movimento Notav.