Omicidio a Gravere di Milo Julini

giallo gravere

A Gravere. Questa storia inizia in una vigna sulle alture del Monte Mormorone, in territorio di Susa, nei pressi di Gravere. Sono all’incirca le ore 3 ½ pomeridiane del 1° giugno 1847. Le tre sorelle Morello, Maria, Teresa e Susanna, accompagnate dai loro fratelli Giovanni Battista e Andrea, si sono recate a raccogliere erba in quella vigna, di proprietà del loro zio Matteo Morello. I Morello, che sono di Gravere, si sono portati anche una mula, forse per trasportare l’erba raccolta. Ma il figlio dello zio Matteo, il loro cugino Spirito, non gradisce la presenza dei parenti nella vigna paterna. Ha saputo del loro arrivo e si è adeguatamente preparato ad accoglierli per scacciarli. Si è portato da casa un coltello a manico fisso con la punta tagliente sui due lati, poi si è piazzato su una altura sovrastante la vigna, con una buona provvista di sassi. Maria e Susanna hanno appena iniziato a tagliare e raccogliere l’erba, quando Spirito inizia a lanciare pietre contro di loro ed anche contro i due cugini.

Il coltello. A questo punto, Giovanni Battista si rivolge a Spirito: «Vuoi ucciderci? – gli chiede – Se hai qualcosa da dirci, scendi da lì!». A queste parole, Spirito scende dalla sua postazione strategica: con una mano impugna una pietra e con l’altra brandisce quel coltellaccio che si è portato da casa. Ma non si dirige verso i cugini per uno scambio di opinioni, si dirige verso la loro mula con la chiara intenzione di ucciderla. Andrea accorre per salvare l’animale. Vi è un brevissimo diverbio con Spirito, il quale non esita a crivellare di coltellate il cugino. Giovanni Battista accorre per difendere il fratello ma deve darsi a fuga precipitosa perché Spirito ha afferrato un palo trovato sul posto e si è messo a inseguirlo, con evidenti cattive intenzioni. Giovanni Battista riesce a salvarsi con una veloce corsa.

Cattivo soggetto. Spirito Morello, di Gravere, ha 31 anni, e di professione si dichiara maniscalco. È un cattivo soggetto. Sarà accusato, oltre che dell’omicidio del cugino, di essere «di sregolata condotta» e di essere poco ubbidiente ai genitori, anzi «rivoltoso» nei loro confronti. Le autorità si erano per questo occupate di lui e lo avevano fatto arrestare e tenere in carcere per quindici giorni. Ma questa punizione aveva avuto «poco frutto», come dovevano ammettere gli inquirenti di Susa. Tra le righe emerge anche un altro aspetto del dramma familiare. Matteo Morello, padre di Spirito, era vivente mentre Giovanni Rocco Morello, padre di Maria, Teresa e Susanna, Giovanni Battista e Andrea, era già morto. Spirito si accaniva quindi contro parenti stretti in comprensibili difficoltà, non solo economiche, per la loro condizione di orfani di padre, e minacciava di uccidere la loro mula, causandogli un’enorme perdita. Comunque sia, niente poteva giustificare la sua aggressione ai cugini: suo padre poteva aver dato il permesso ai nipoti di fare erba sul suo terreno.

Il processo. Spirito viene arrestato e finisce in carcere a Susa. È processato dal Senato di Torino, il 24 gennaio 1848. Presiede il conte Nuvoli, relatore è il conte Schiari. Spirito non viene portato a Torino per essere interrogato. Il Senato lo dichiara colpevole, ma ritiene che l’omicidio sia stato commesso nell’impeto dell’ira ed in seguito a provocazione. Lo condanna perciò ai lavori forzati per venti anni, all’interdizione dai pubblici uffici, all’indennità e alle spese. Il coltello sequestrato è confiscato. Ci viene spontaneo commentare: «nell’impeto dell’ira», certo, ma era un’ira che nasceva dal suo funesto carattere, preordinata, visto che nel capo di accusa era scritto chiaramente che Spirito si era portato «premeditatamente» il micidiale coltellaccio da casa.

Vent’anni di lavori forzati. E poi, «in seguito a provocazione»: quale provocazione poteva aver attuato il povero Andrea che tentava di proteggere la sua mula dal forsennato cugino? Basta. Ci siamo fin troppo dilungati in queste osservazioni critiche. Anche se Spirito fosse finito sul patibolo, non avrebbe con questo ridato la vita al cugino Andrea. Spirito Morello, tuttavia, non sconterà tutti i venti anni di lavori forzati. Un Regio Decreto del 13 settembre 1862 gli condonerà il rimanente della pena.