Parigi, io c’ero

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PARIGI – Parigi, venerdì 13 novembre, ore 21 e 45 minuti, io c’ero. Eccomi seduto comodamente su una poltroncina in pelle rossa in un’enorme sala d’aspetto dell’aeroporto Charles De Gaulle della capitale. Guardo l’ora e penso con sconforto che prima del volo avrò più di due ora d’attesa. Così, dopo aver fatto un passeggiata tra i negozietti di souvenir, i bimbi si aspettano un regalo, decido di comprare una copia della rivista satirica Charlie Hebdo. E già penso: sono a Parigi e devo dare un segno della mia solidarietà anch’io. Così, con tre euro do un calcio al terrorismo, all’Isis e a tutti i problemi del mondo. Con il giornale in mano sono tutto orgoglioso, neanche fosse un talismano, uno scudo che mi protegge dalla superficialità di non avere mai veramente indagato sugli attentati, sulle guerre in Siria… in Egitto. Tanto sono così distanti da noi, penso con semplicità. Da ragazzo già facevo così, la domenica un nonno mi mandava a comprare il Giornale di Montanelli e io dimostravo di non essere di sinistra: “guai al conformismo” mi diceva. Poi, poco dopo, venivo mandato dall’altro a prendere l’Unità che portavo con la stessa fierezza, anche perché il nonno mi regalava il resto e mi ammoniva: “Il lavoro parte dal basso”. In quegli anni, ho capito che per farsi un’idea  l’importante è conoscerle tutte. Rieccomi sulla poltroncina, neppure fosse mia, appena lasciata libera da un distinto signore incravattato. Intorno a me ci sono centinaia di persone, rumori ma io sono solo con il giornale e una demi baguette farcita di prosciutto, burro e insalata. Vedo passare tre poliziotti affannati, poi, subito dietro, due militari in mimetica con il mitra spianato, basco cremisi e uno sguardo duro. Penso che manca solo più la Gendarmeria a completare lo schieramento e, infatti eccola. Finalmente la chiamata all’aereo. Mi metto in fila ordinatamente per i controlli. Sono tra un gruppo di tedeschi e cuneesi con i cappellini gialli della Confagricoltura, farò tutto il viaggio sentendo il piemontese stretto di quella zona. La cosa mi rassicura. Che lenta la coda, i controlli sono più minuziosi che alla partenza. La mia borsa viene aperta, devo tirar fuori tutto. Finiscono nell’immondizia una bottiglietta d’acqua e lo yougurt. Via la cintura, il cellulare, le scarpe, il cavo carica telefono, la giacca e devo rivoltare i pantaloni. Rimesso tutto nel giusto ordine, si può partire. È tutto pronto, la cintura ben stretta, mi sono goduto lo spettacolo delle hostess con giacchette salvagente e respiratori finti; i telefoni sono in modalità aereo. L’attesa è lunga, siamo fermi sulla pista di decollo. I motori prendono potenza, forse si va, no il rumore cala e eccoci ancora lì. Passano minuti e finalmente il pilota augura buon viaggio e si decolla. Parigi dall’alto è davvero incantevole, migliaia di luci gialle, la Torre Eiffel svetta nella sua altezza. In basso noto lo stadio, tutto illuminato con il prato verde ben in evidenza. Penso che sarebbe bellissimo essere lì adesso, sarebbe magnifico passeggiare per le vie di Parigi e arrivare in centro; poi fermarmi a bordo della Senna. Una nuvola e il sogno finisce, il tempo di bere un tè ed eccomi a Torino. “Non avete saputo nulla?” ci chiedono. Ricordo quando al telegiornale fecero vedere la strage sul rapido 904; ero con mia mamma a Susa in cucina, avevo 12 anni. Il giorno in cui ci fu la catastrofe in Val di Stava, avevo  13 anni, ero a Bardonecchia in vacanza. Così ricordo l’esplosione dello Shuttle, ero nel letto con il morbillo. L’11 settembre ero in cucina a preparare le lasagne e mi telefonò mio fratello: “Hai visto? In America hanno fatto vedere che un aereo è andato contro un grattacielo”. Questo 13 novembre a Parigi non lo dimenticherò certo: ero lì.