Perché ci piace “Quo vado” di Checco Zalone? La recensione del film a cura di Davide Chiarbonello

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CAMPIONISSIMO d’incassi, Checco Zalone spadroneggia anche nelle nostre sale, infrangendo un record dopo l’altro e totalizzando, in soli tre giorni di programmazione, 22milioni di euro. “Quo vado”, quarto titolo dell’attore barese, promette non solo risate, ma mette in scena, attraverso il più pop dei canovacci della commedia all’italiana, alcuni dei temi più impegnativi per la società nostrana. E non solo il feticcio del posto fisso, motore narrativo della pellicola. Feticcio che Zalone esorcizza, mettendo a nudo i fasti di un totem della prima repubblica (prima repubblica che, come canta lo stesso Zalone riprendendo Celentano, “non si scorda mai”), proprio quando il mercato del lavoro precario ne ha decretato, da più di un decennio, l’agonia. Miraggio di molti giovani che Checco persegue, ottiene, sfrutta in ogni sua sfaccettatura, e difende con tutto se stesso. Il posto fisso, per di più nel pubblico impiego, come insegna l’onorevole interpretato nel film da Lino Banfi, è sacro e a lui si sacrifica ogni cosa, a iniziare dall’amore. Per amore Checco rinuncia a ogni altro luogo comune dell’italiano medio, ma non ai privilegi del posto fisso. Per amore resta nella fredda Norvegia del Polo Nord, impara una lingua nuova, cambia abitudini alimentari, stile di vita, rinnega il modello della famiglia tradizionale, entrando in un nucleo multietnico di stepchild (per usare una dizione molto frequentata nei giornali di questi giorni). Checco impara persino a fare la raccolta differenziata e a non suonare il clacson ai semafori. Antagonista della difesa del posto un altro dei miti tricolori: il carrierismo ministeriale, rappresentato dalla cinica e algida dirigente dottoressa Sironi, che tenta in tutti i modi di far firmare le dimissioni a Zalone. Tra i tentativi della Sironi, che prova a far cedere Checco inviandolo nei posti più sperduti, c’è anche una simpatica citazione della nostra val di Susa, simboleggiata dalla Sacra di San Michele, con Zalone incaricato di consegnare le notifiche di esproprio a improbabili militanti “No Tav”, guadagnandosi però la simpatia e le tome dei valligiani. Inutile svelare, per i pochi che devono ancora andarlo a vedere, il finale, che sa sorprendere, mettendo al centro, nella migliore tradizione italiana, i buoni sentimenti. Un ottimo Zalone, quindi, che rinnova di pellicola in pellicola le tematiche, facendo riflettere sull’attualità e mettendo gli Italiani di fronte allo specchio dei propri vizi e delle proprie virtù, vecchie e nuove, inserendosi nel filone che ha avuto preziosismi interpreti in Sordi, Verdone, Villaggio. Il Checco di “Quo Vado” è sicuramente il più vicino a Fantozzi, che reinterpreta, dimostrando come in fondo, dai tempi del Gattopardo, in Italia “tutto cambi per non cambiare nulla”, tanto i vizi della prima repubblica, quanto le virtù che da sempre fanno vincere il nostro paese nel mondo: intelligenza e cuore.