Riba, Presidente di Uncem Piemonte: “Serve una gestione forestale attiva dei boschi. La miglior prevenzione sugli incendi si fa utilizzandoli come risorsa evitando che degradino” L'Uncem fa il punto su prevenzione e post emergenza incendi e punta sul recupero del bosco e la cura del territorio e sulla formazione delle nuove generazioni alla cultura della protezione civile

L'incendio boschivo di MompanteroL'incendio boschivo di Mompantero

TORINO –  A emergenza finita, anche se perdura lo stato di massima pericolosità per incendi boschivi, anche Uncem Piemonte fa il punto con una lucida analisi fra obiettivi e opportunità che si pongono agli amministratori locali e regionali. Un ragionamento “a bocce ferme” dopo alcune settimane di paura per alcuni comuni tra Valli Susa, Chisone, Canavese e Pinerolese pedemontano.

E lo fa Lido Riba – che è stato nella sua lunga carriera di politico e amministratore anche Assessore Regionale alle Foreste. Oggi nella sua  veste di Presidente di Uncem Piemonte interviene sul futuro dei territori alpini, dei versanti delle valli sempre più invasi da un bosco non gestito che anziché essere una risorsa come è sempre stata diventa una precondizione per lo sviluppo di incendi. Ma chiede anche anche una inversione della consueta visione metropolitanocentrica. E ha ragione visto che a Torino mentra bruciuava la montagna, ci si è occupati degli incendi perché il fumo è arrivato oltre la tangenziale, mentre nelle valli si viveva da una settimana in un camnio acceso.

“Quel fuoco sui versanti della Valsusa, di tutti i territori piemontesi colpiti dai roghi negli ultimi mesi, non è solo un’emergenza della montagna – dice Riba non è solo un problema che riguarda venti o trenta piccoli Comuni della periferia dell’impero. Non sono solo boschi che bruciano con il fuoco che spinto dal vento si avvicina alle case e si mangia le ultime baite e gli alpeggi in quota. Le drammatiche settimane vissute nelle vallate sono l’ennesimo campanello d’allarme sulle quotidiane sfide dei cambiamenti climatici che toccano le Alpi, sulla natura che ha un corso incontrollato e che ci vede poco attenti, sul bosco che svolge delle funzioni che ora non sono più, ma anche su temi sociali, antropologici e istituzionali sui quali aprire gli occhi”.

Fumo permettendo. L’ennesimo conflitto fra montagna periferica poco abitata e il peso politico di residenti nei condomini urbani?

“Le interconnessioni tra aree urbane e aree montane, rurali, tra città e montagna, tra centro e periferia, hanno toccato negli ultimi anni un punto molto basso. Le Olimpiadi invernali di dieci anni fa sembravano aver aperto la possibilità di legami autentici e chiari almeno con la Valsusa e la Val Chisone. Gli eventi recenti confermano che così non è.

Le interconnesioni tra le vallate e il capoluogo finiscono per essere a totale svantaggio delle prime. Torino fatica a capire che quel bosco che brucia, ma quegli ettari frantumati e neri sono per Torino un problema. Non assorbirà più anidride carbonica e dunque non sottrarrà uno tra i principali agenti inquinanti. Non sarà più tagliabile e non rappresenterà più un valore per i proprietari. Non sarà un luogo dove fauna ed essenze vegetali possono rigenerarsi contribuendo alla biodiversità.

Tutto questo non solo a scapito delle valli, dei montanari e della montagna. Le conseguenze sono drammatiche per l’intero Piemonte, si può dire per l’Italia e per l’Europa, visto che le Alpi sono un polmone verde e il più grande bacino idrografico del Vecchio Continente. Lo deve tenere ben presente chi vive a Mompantero, a Locana, a Roure, e allo stesso modo chi risiede in corso Vittorio Emanuele a Torino, o a Nichelino o a San Mauro. Va spiegato nelle scuole, assieme a serie lezioni sui cambiamenti climatici, sullo spopolamento della montagna e sulla crisi dei ghiacciai.

È un dato sociale questo, che riguarda l’organizzazione delle comunità e i rapporti tra sistemi territoriali. Urbani e periferici. Questi aspetti devono trovare spazio nella definizione legislativa e operativa dei servizi ecosistemici-­ambientali, nella costruzione del loro valore e nel loro pagamento: la “città” deve riconoscere i valori del bosco: la protezione delle fonti idriche, assorbimento di CO2, protezione dei versanti, garanzia del paesaggio e della produzione di ossigeno, corretta gestione e selvicoltura… e deve  remunerarli con uno scambio che altri Paesi del Mondo – Brasile ad esempio – pongono oggi al centro delle loro politiche ambientali e sociali”.

Il Piemonte è la regione con maggior superficie boscata d’Italia. Ha oltre un milione di ettari di bosco, ma suddiviso in cinque milioni di particelle catastali – un dato incredibile. I boschi  di invasione stanno continuando a espandersi, cancellando il paesaggio culturale creato da generazioni di montanari, a invadere il prato-­‐pascolo.

Tutto questo non ha senso, ma come si fa a intervenire sulle proprietà private?

“Senza una corretta gestione e pianificazione, il valore economico è anch’esso bassissimo, quasi irrisorio. Quei boschi sono dunque più facile preda del fuoco, appicciato non da “piromani”, ma da “incendiari”, per dolo o per colpa.

Come spiega Giorgio Vacchiano, dottore forestale e membro della “Società italiana di Selvicoltura e Ecologia Forestale”, “la prevenzione è possibile e indispensabile, in quanto rende la vegetazione meno infiammabile tramite diradamenti del bosco nei punti strategici e interventi per eliminare il combustibile fine. Non tutti gli incendi sono distruttivi, molti sono “radenti” e percorrono solo la superficie del suolo senza colpire le chiome degli alberi e sono quindi i meno pericolosi, e persino utili, per estremizzare”.

Detto questo la prevenzione si può e si deve fare. Lo impongono le condizioni ambientali e climatiche. La crisi idrica e la siccità sono strettamente connesse alla buona gestione di un bosco, che va tagliato correttamente ogni 25-­‐30 anni, gestito. Il bosco non è “sporco”, da pulire, ma da gestire correttamente come si è sempre fatto fino a un paio di generazioni fa. Diciamo sino al primo dopoguerra.

Così si fa protezione dei versanti alpini anche dal dissesto idrogeologico, grande rischio e altra emergenza con i quali fare i conti. Ma anche qui, con una Torino che capisca di più le dinamiche delle Valli. Se le prossime piogge saranno forti e continuative. In molte Valli dopo l’alluvione distruttivo del 2000 si è ben imparata la lezione sul fronte del dissesto, con sistemi avanzati di monitoraggio e controllo dei corsi d’acqua.

Sul bosco però oggi sono troppo pochi i Comuni – e sarebbe meglio lo si facesse a livello di Unioni Montane come prescrive la legge regionale –  dotati di un “Piano forestale”, strumento decisivo e necessario oggi per il recupero e la rigenerazione del bosco aggredito da fuoco, che ricrescerà più lentamente e che ha bisogno di corretta pianificazione. Serve un pensiero, una capacità decisionale, un’idea di cosa fare sui versanti. E di cosa fare dei paesi montani che continuano a spopolarsi in assoluto e nelle fasce più elevate.

Non servono solo soldi. Un piano forestale comunale o intercomunale costa come 2/3 ore di volo di Canadair. Nel PSR 2007-­‐2013 la misura 125 finanziava Piani forestali: anche dove si sono fatti, questi sono rimasti – senza un perché – fermi troppi anni prima dell’approvazione. Così non deve essere per i nuovi Piani che verranno finanziati con il PSR 2014-­‐2020, in particolare con le opportunità offerte dalla Misura 16″.

Aldilà delle facile polemiche da tastiera, fatte comodamente dal divano di casa, mentre pochi uomini combattevano il fuoco giorno e notte occorre utilizzare questa esperienza per il futuro. Intanto nessuno si è fatto male. Ed è già qualcosa. Però che il meccanismo  si sia un po’ inceppato dopo la Legge Madia lo hanno capito tutti. I Vigili del Fuoco sono un Corpo di grande capacità e abnegazione. Ma tra operare in montagna fra i boschi e l’interfaccia urbano o l’incendio di un capannone c’è una bella differenza. E che l’emergenza incendi abbia fatto si che non fosse gestita come una emergenza di protezione civile a livello centrale torinese qualche cosa vuol dire. A prendersi responsabilità e insulti c’erano come sempre i sindaci, mentre qualche direttore regionale se ne stava a casa. Per non parlare della Città Metropolitana che ormai non guarda oltre la barriera dell’Ativa.

“E’ del tutto evidente che le “catene decisionali”, il chi decide e il chi avverte chi, sono fondamentali e devono essere trasparenti per tutti, in primo luogo per i Sindaci, “front office” in particolare nei piccoli Comuni. Quei sindaci, sarà pur vero che rappresentano solo 200 o 500 abitanti, ma sono anche alla guida di Comuni con centinaia di ettari di territorio da controllare e sono anche “sindaci” di migliaia di piante,  di caprioli, di uccellini…

Hanno compiti di protezione civile e hanno come fondamentale interfaccia i volontari. Nei paesi delle Valli sono tanti i volontari, formati, carichi di passione e impegno per il loro territorio. Sono una forza, anche per la prevenzione. Il Piemonte è tra le pochissime Regioni in Italia ad aver istituito vent’anni fa uno specifico corpo di volontari contro gli incendi boschivi, gli AIB. Che seguono una formazione continua ad alto livello tecnico presso il Formont. Ma nella “catena di comando” anche loro hanno registrato qualche sofferenza e incomprensioni.

La Regione deve tornare ad avere la piena regia della gestione delle emergenze. La catena di comando deve coordinare Vigili del Fuoco -­‐ con i quali è stata stipulata una opportuna convenzione con la Regione -­ che a loro volta coordinano e lavorano con AIB, Protezione Civile, Carabinieri e altri attori.

Per quanto attiene il ruolo dei DOS, i direttori delle operazioni spegnimento, vanno formate figure in loco che conoscano il territorio, strade, punti di riferimento e di rifornimento idrico. Per i Vigili del Fuoco, la Regione deve farsi portatrice di “un’istanza istituzionale” che nasce nell’Associazione, per poter avere un maggiore ruolo all’interno dei Comandi provinciali.

Si tratta di un problema “storico”, che prima poteva anche essere lasciato sedimenteare o risolto con rapporti personali in campo,  oggi con le competenze  imposte dalla riforma Madia va affrontato e risolto. Non tutto può essere lasciato in mano a volontari, ma è importante formare nuovi funzionari, avviare concorsi e inserire forze giovani. La formazione è decisiva. In primo luogo all’interno dei Comuni e in particolare degli uffici tecnici, che auspico vengono finalmente gestiti in forma associata nelle Unioni Montane, che devono essere pronti per la prima gestione in caso di emergenze.

Rispetto ai mezzi, serve una verifica puntuale -­‐ promossa dalla Regione -­‐ tra i distaccamenti dei Vigili del Fuoco volontari del Piemonte, di concerto con il Ministero degli Interni e le Prefetture. Stessa cosa va fatta all’interno dei Gruppi AIB comunali finanziando l’acquisto di nuovi mezzi, da parte della Regione. Per quanto riguarda le disponibilità di elicotteri, deve essere verificata la possibilità di lasciare un mezzo tipo un AB412 a Levaldigi, ad esempio, dove le condizioni di decollo sono quasi sempre più favorevoli rispetto Alessandria e Torino.

La cultura della Protezione civile deve essere maggiormente diffusaCon due necessità: esercitazioni nei Comuni, o a livello sovracomunale, e incontri con AIB, Protezione Civile, Vigili del Fuoco, nelle scuole. Devono essere strutturati e non “volontari”, con un programma stabile e continuativo promosso dall’Assessorato all’Istruzione della Regione Piemonte. I Piani di protezione civile comunali devono essere sempre di più trasposti a livello sovracomunale: è davvero importante che sia l’Unione montana ad avere un unico Piano di protezione civile per 5/10/15 Comuni.

Questo serve a uniformare analisi, stato di fatto, procedure e soluzioni. Questo percorso oggi è già incentivato dalla Regione grazie al bando per la gestione delle funzioni in forma associata, tra cui appunto la Protezione civile, ma i Comuni per primi a volte fanno resistenza. Vi sono poi anche altre risorse attingibili, come quelle delle Fondazioni bancarie.

Da ultimo, il tema delle comunicazioni è fondamentale nelle emergenze: deve essere integrato quelle che sono le possibilità di parlarsi via radio tra Vigili del Fuoco, AIB e altre forze coinvolte nella risoluzione delle emergenze. Allo stesso modo, tra i mezzi di comunicazione deve essere incluso Twitter, sistema che in tutto il mondo è uno strumento decisivo nel corso di calamità, quale strumento di collegamento tra le comunità e le forze dell’ordine”.

Gli AIB intervengono durante un incendio (foto archivio)

Gli AIB intervengono dopo un incendio nella bonifica

Dal 2017 il Corpo Forestale dello Stato è stato dismesso, personale e competenze sono passate in parte ai Carabinieri, le attività di polizia amministrativa e giudiziaria e di Pubblica Sicurezzae in parte ai Vigili del Fuoco: la lotta agli incendi, i DOS in particolare. Recentemente stata attivata la Direzione generale Foreste presso il Ministero Politiche Agricole e Forestali, che è il soggetto in grado di garantire questo coordinamento. L’istituzione scritta in Gazzetta Ufficiale, ma ancora manca la nomina ufficiale del Dirigente. Così come manca una Legge forestale nazionale, in fase di ultimazione dopo decenni di attesa e anni di recente intenso lavoro. Piaccai o no l’ultima grande attività di pianificazione forestale si è fatta nel Ventennio e proprio perché il legno con l’autarchia era una risorsa preziosa da sfruttare.

Di lavoro da fare mi pare ce ne sia anche troppo… E il Piemonte ha 460 operai forestali contro le decine di migliaia di Sicilia e Calabria…

“Si deve arrivare celermente all’approvazione della Legge Forestale. Rispetto agli operai forestali, i nostri non sono frutto di politiche assistenzialistiche. Infatti lavorano e sono pochi. Ma devono essere coinvolti in condizioni ordinarie nel sistema AIB e Protezione civile. Hanno importanti competenze tecniche e conoscenze del territorio elevate. In caso di emergenza -­‐ incendi o situazioni di dissesto. Sono fondamentali. Il loro lavoro “ordinario” deve essere funzionale alla gestione attiva del bosco, anche a fini economici-­‐produttivi oltre che protettivi e preventivi. Ampliando le loro opportunità di azione, viene data loro la possibilità anche di remunerare indirettamente il loro impegno con una gestione forestale attiva.

La mappatura dei bacini idrici esistenti in quota, come la realizzazione di nuovi bacini è altrettanto fondamentale. Anche di “soli” 10 o 20mila metri cubi d’acqua. Sono utilissimi per i mezzi di terra e per i mezzi aerei. Ogni Comune dovrebbe averne almeno uno. Uncem ha fatto uno studio d’intesa con Regione Piemonte e Arpiet dove ha già individuato, sulle carte, l’opportunità di inserire 22 nuovi bacini idrici di piccole dimensioni, a uso plurimo, compreso quello in emergenza in caso di incendi. Questo piano per totali 650.000 metri cubi d’acqua potrebbe costare meno di venti milioni di euro, secondo i prestudi di fattibilità che Uncem possiede. Vanno approfonditi e deve essere posta questa necessità della nostra regione all’interno del “Piano nazionale invasi” per il quale lo Stato avrebbe messo sulla Legge di stabilità 2018 oltre 3 miliardi di euro.

Nella prevenzione, e anche nella gestione post-­‐incendi, vi è una componente innovazione molto importante. Innovazione tecnologica, prima di tutto. La buona notizia è che la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica sono al lavoro ormai da anni per contrastare in maniera più efficace i roghi e per alleviare l’impatto economico delle operazioni di soccorso. La George Mason University in Virginia (USA), ad esempio ha pensato di sfruttare onde sonore a bassa frequenza per spegnere gli incendi senza utilizzare acqua o schiume. L’idea si basa sul fatto che le onde spingono via l’ossigeno che altrimenti sarebbe carburante per le fiamme, che così si estinguono. Dal Polo Meccatronica di Rovereto, invece, arriva “Fire Fighting Turbine”, tecnologia cilindrica progettata da Emicontrols (nda del Gruppo TechnoAlpin di Bolzano – quello dei cannoni da neve) che spegne gli incendi creando un flusso d’aria con al centro dell’acqua nebulizzata.

In questo modo le risorse idriche necessarie diminuiscono, mentre il risultato non cambia, anzi migliora, visto che la superficie di fuoco colpita dall’acqua nebulizzata è maggiore rispetto a quella liquida. Rispetto alla prevenzione, la sensoristica a costi ormai bassissimi e le telecamere termiche con le quali equipaggiare uomini e mezzi sono molto importanti. Le telecamere termiche, installate sugli automezzi, permettono di “vedere” attraverso il fumo, durante la guida, e individuare così i punti esatti dei focolai di incendio. Sul fronte innovazione, le proposte non mancano.

Senza dimenticare la localizzazione delle basi operative con elicotteri e mezzi aerei antincendio. I dati provengono dalle indicazioni degli utenti (che possono segnalare un incendio con un apposito modulo), ma anche dai database acqwuisiti, dalle amministrazioni locali e dal sistema europeo per le emergenze Copernicus, basato sia su rilevazioni satellitari che su segnalazioni da soggetti sul territorio o notizie da parte dei media. Negli interventi di spegnimento dell’ultimo mese, si è rivelato indispensabile il servizio webGIS sugli incendi boschivi in atto in Piemonte elaborato da Arpa. L’app integra i principali dati e servizi in near real time disponibili per il territorio regionale, derivati da immagini satellitari, servizi cartografici, dati di monitoraggio. A più ampio raggio, di grande utilità, vi è poi il sistema informativo dell’Unione europea dedicato ai roghi che ha messo a punto una serie di mappe interattive per monitorare la situazione. Si tratta dello dello European Forest Fire Information System (EFFIS). Due sistemi che Sindaci e Amministratori locali devono conoscere, grazie a opportuni momenti formativi pensati con la Regione Piemonte. Uncem li può promuovere.

In conclusione, è evidente che nelle fasi di gestione del post-‐emergenza nei territori colpiti devono essere coinvolte le migliori “teste” capaci di dare supporto e fare concrete proposte per utilizzare bene le risorse che arriveranno. Bene ha fatto la Regione Piemonte a dichiarare lo stato di calamità naturale e a richiedere allo Stato 40 milioni di euro di risorse. Consapevoli che la legge 353 del 2000 obbliga, per almeno 15 anni, a mantenere la stessa destinazione d’uso dei territori colpiti da incendi, queste nuove risorse potenzialmente disponibili per il Piemonte andranno utilizzate bene, strutturando percorsi di pianificazione che coinvolgano (in tavoli divisi di territorio, più un tavolo complessivo regionale con tutti i territori coinvolti dall’emergenza incendi: gli Enti locali – Comuni e Unioni Montane – i tecnici della Regione Piemonte del Settore Foreste, Ipla, Ordine degli Agronomi forestali, Uncem, Consorzi e Associazioni forestali locali, rappresentanti delle imprese riunite nelle principali Associazioni di categoria.

Ma per fare che cosa?

“Come annunciato dalla Regione Piemonte, sono almeno tre i fronti sui quali agire:

  • delimitare le aree effettivamente percorse e analizzarle dal punto di vista dell’uso del suolo – aree forestali, pastorali, arbusteti…, del regime di proprietà – comunale o privata -e della funzione prevalente. Ad  esempio produzione, protezione, ecc…;
  • valutare la severità del  danno arrecato alla vegetazione forestale, che dipende da molti fattori quali intensità e durata del fuoco, specie forestale, ecc.;
  • definire criteri e priorità per le azioni di ripristino e prevenzione selvicolturale in base a una serie di criteri quali la severità del danno, l’ecoservizio fornito dal bosco, l’accessibilità, la probabilità di ripercorrenza da incendio negli anni a venire e l’opportunità del ripristino.

Uncem garantisce il suo impegno e il pieno coinvolgimento, informativo e operativo, dei Comuni montani e delle Unioni montane di Comuni. Abbia elaborato un primo draft contenente proposte e indicazioni. Può essere ampliato grazie a una condivisione di impegni e buone pratiche che la Delegazione piemontese dell’Uncem auspica, sotto l’egida della Regione Piemonte e anche del Mipaaf”.

Lido Riba - Presidente Uncem Piemonte

Lido Riba – Presidente Uncem Piemonte