“Sacro e profano” è On nel Salone del Libro Off Una conferenza organizzata dal gruppo FAI Val di Susa

chiesa del ponte 007

SUSA – Dopo i saluti da parte della capogruppo Marilena Gally, ha preso la parola la relatrice Eleonora Girodo, che ha approfondito in particolare i temi della danza delle spade e degli alberi fioriti, due delle tradizioni che permangono in Valle di Susa accanto alle feste patronali, ai carnevali storici, ai riti del solstizio. L’interesse verso gli argomenti oggetto della conferenza si è manifestato non solo da parte di studiosi (pensiamo per esempio a Gian Luigi Bravo, Piercarlo Grimaldi, Laura Bonato, Tullio Telmon) ma anche della comunità stessa, che si è interrogata sulla genesi di quelle feste.  Poco si sa rispetto all’origine delle danze delle spade, alcune interpretazioni le fanno risalire addirittura all’epoca preistorica. In generale si può affermare che sono legate a scadenze della vita contadina, riletta anche in chiave liturgica. L’esposizione della Girodo ha esplorato la varietà di queste danze, a cominciare da quelle a catena, che si ritrovano ad esempio a Pont de Cervières (Briançon), Fenestrelle, Bagnasco (Liguria), Castelletto Stura. Vi sono poi le moresche: a Curzola in Croazia, a Contigliano in Lazio, la N’drezzata di Buonopane a Ischia, la Taratatà di Casteltermini in Sicilia. Infine, abbiamo le danze frontali, come sono quelle valsusine, le quali esprimono chiari richiami alla terra sia per i vestiti dei danzatori sia per i loro movimenti, che rimandano a gesti agricoli. Gli Spadonari sono quattro a Venaus e Giaglione e sei a San Giorio di Susa, da tutti la spada è denominata “sabro”. Le loro danze rientrano nei riti primaverili, la prima si tiene a Giaglione per la festa di San Vincenzo il 22 gennaio, la seconda a Venaus il 3 e il 5 febbraio per San Biagio e Sant’Agata mentre a San Giorio il 23 aprile si lega alla rievocazione storico – leggendaria della cacciata del feudatario Raimondo Bertrandi.  Alla danza delle spade si interseca la tradizione degli alberi fioriti, che hanno un chiaro riferimento ai riti per la fertilità. Anche a San Giorio ve n’era uno, chiamato “cantel”, che nel corso dei tempi è andato perso. A Giaglione, invece, permane ed è il “bran”. Vi sono poi la “puento” a Chiomonte, il “branc” a Meana di Susa, il “charintell” a Ramats, il “chanté” a Millaures.  Il pomeriggio si è concluso con la visita guidata alle sale del Museo Diocesano di Arte Sacra nelle quali erano state collocate alcune testimonianze di quanto esposto in precedenza: gli alberi fioriti, vari abiti e accessori degli Spadonari, vestiti tradizionali delle donne più o meno antichi, che si possono ancora ammirare nel corso delle visite. Il Gruppo FAI, e in particolare Eleonora Girodo, ringrazia per la collaborazione Andrea Bonelli, Ettore Caffo, Augusta Marzo, Enzo Vayr, Remo Brun, Marilena Gally, Mario Cavargna Bontosi e il gruppo Alpini di Chiomonte.