Spielberg e Tom Hanks provano ad attraversare “Il ponte delle spie”

L'attore americano Tom HanksL'attore americano Tom Hanks

SPIELBERG più Hanks uguale colossal patriottico. Torna sul grande schermo con “Il ponte delle spie” la coppia che ha già firmato alcuni dei più recenti successi di Holliwood. Per la terza volta insieme (dopo “Salvate il soldato Rayan” e “Prova a prendermi”), il duo patinato rappresenta l’offerta più significativa del cinema a stelle e strisce per quest’inverno, ancora in programmazione nelle sale, per chi se lo fosse perso. Un ritorno che sa di deja vu, con Tom Hanks a rivestire i panni dell’Americano tipo, della middle class motore dell’economia e cuore della società Usa, strenuo difensore dei valori simboleggiati del culto della bandiera. Come già in “Salvate il soldato Rayan”, anche questa volta il compito del personaggio di Hanks, avvocato di uno degli studi di grido newyorkesi, è riportare in patria un giovane soldato, finito in mano al nemico. Con un breve salto temporale, questa volta si passa dal nemico nazista della Francia del dopo Normandia al nemico sovietico della Guerra Fredda. Spielberg indaga infatti uno degli aspetti cruciali del fenomeno che ha tenuto il mondo con il fiato sospeso per tutta la seconda parte del “secolo breve”: la guerra combattuta attraverso le spie e l’intelligence.

Sopra tutto aleggia la “ragion di stato” che schiaccia anche le prassi costituzionali in difesa della sicurezza e dello stile di vita occidentale, minacciato dall’incubo della guerra termonucleare. Un tema di attualità nel dibattito americano, alle prese, dall’11 settembre, con la necessità di ridurre i diritti fondamentali dei cittadini in nome della sicurezza nazionale.

Tema di attualità, la “ragion di stato” e l’impegno della bandiera a stelle e strisce per ogni suo singolo figlio, incarnato ancora una volta da Hanks, ribaltando però lo schema proposto in “Salvate il soldato Rayan”. Se nella pellicola del 1998 era la Bandiera a imporre una missione che i singoli soldati stentavano a comprendere e condividere; questa volta è il singolo cittadino a imporsi una missione che lo Stato stenta a condividere, pur di non abbandonare né l’obiettivo sensibile dell’aviatore catturato dai sovietici, né uno sfortunato anonimo studente arrestato dalla polizia politica della Ddr.

Come nella migliore tradizione dei colossal patriottici americani, anche in questo caso, prevalgono le tinte forti, senza indulgere sulle sfumature. Gli eroi statunitensi sono impeccabili, senza macchia, non cedono a nessuna tentazione o tortura. Il clima oltre il fronte nemico è grigio, freddo, nevoso, triste e depresso, mentre a New York ruggiscono gli anni degli “Happy Days” dei ’50 e ’60. Le prigioni americane sono linde, confortevoli, rispettose dei prigionieri; mentre quelle sovietiche sono spettrali, umide, con agenti pronti a infliggere torture fisiche e psicologiche.

La visione è utile per riaprire il cassetto di un passaggio della storia recente dell’Europa e del mondo, che sta tornando attuale, negli scontri di potere tra Russia e Occidente, tanto nello scacchiere ucraino, quanto in quello mediorientale.